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2 Giugno Festa della Repubblica, ma non per tutti

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2 Giugno Festa della Repubblica, ma non per tutti

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Martedì 03 Giu 2025 · Tempo di lettura 3:30


Il 2 giugno è la festa della Repubblica. Il giorno in cui celebriamo il momento fondativo della nostra democrazia: un referendum. Non un colpo di Stato, non un atto unilaterale del potere, ma un voto. Libero, diretto, universale. Italiani e italiane scelsero di voltare pagina, chiudendo con monarchia e fascismo. Fu una scelta di popolo. E proprio per questo, ogni anno, dovremmo ricordarlo con orgoglio e gratitudine. E con un minimo di coerenza istituzionale.
E invece?
Invece, nel 2025, assistiamo a uno spettacolo che definire paradossale è riduttivo: le più alte cariche dello Stato — il presidente del Senato Ignazio La Russa e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni — scelgono proprio questo giorno per disincentivare la partecipazione al prossimo referendum. Quattro sul lavoro, uno sulla cittadinanza. Temi fondativi di qualsiasi democrazia moderna. Due occasioni di parola e decisione offerte direttamente al popolo. Ma per loro, meglio tacere. O meglio ancora: non presentarsi.
Ignazio La Russa, con il suo consueto stile diretto, invita a disertare le urne senza troppi giri di parole. Almeno è coerente nel suo messaggio. La premier, invece, preferisce il registro della farsa: annuncia che andrà al seggio ma non ritirerà le schede. Il risultato è lo stesso — astensione — ma condito da una pantomima che finisce per offendere non solo l’intelligenza degli elettori, ma anche il senso stesso delle istituzioni.
Se fosse dipeso da loro nel 1946, la Repubblica non sarebbe mai nata. E probabilmente saremmo ancora sudditi di una monarchia complice del fascismo, magari in una versione “moderna” ma sempre più allergica alla partecipazione popolare.
Dimenticano — o fingono di dimenticare — che la Costituzione, quella su cui hanno giurato prima di assumere le loro cariche, parla chiaro: le funzioni pubbliche si esercitano con disciplina e onore (art. 54). E che ogni referendum indetto dallo Stato deve essere garantito, sostenuto e promosso proprio da chi governa, affinché tutti possano esercitare un diritto/dovere che è linfa vitale per la democrazia.
Invece assistiamo a una campagna per l’astensione travestita da gesto di “libera scelta”. Come se il presidente del Consiglio fosse un privato cittadino qualsiasi e non una figura in grado di orientare l’intero sistema mediatico, di condizionare l’opinione pubblica, di pilotare il dibattito.
Ma c’è di più. Quando chi detiene il potere si appropria delle forme della protesta — come il rifiuto simbolico della scheda — svuota il significato stesso del dissenso. Perché protestare ha senso se sei escluso dal potere, non quando ne sei il centro. È un paradosso grottesco: chi può legiferare si finge vittima; chi guida il Paese si traveste da opposizione.
Il Viminale, con la sua nota n. 19/2013, chiarisce che chi rifiuta la scheda può anche allegare un documento scritto che motivi la protesta. Bene, sarebbe interessante sapere: contro chi protesta Giorgia Meloni? Contro se stessa? Contro la possibilità che i cittadini esprimano un giudizio diretto su temi fondamentali? Contro il principio stesso della sovranità popolare?
Questo 2 giugno ci lascia con un senso di straniamento. Invece di un messaggio di fiducia nella democrazia, ci arriva un invito all’indifferenza. Anziché celebrare il potere del voto, si legittima il suo svuotamento.
Ma la Repubblica non è un’idea astratta. È un patto. E quel patto vive solo se ognuno di noi continua a onorarlo. Anche — e soprattutto — quando ci chiedono di smettere di farlo.
Il prossimo referendum non riguarda solo il lavoro o la cittadinanza. Riguarda noi. Riguarda il diritto di contare. Di esistere politicamente. Di non essere spettatori della democrazia, ma protagonisti.
Chi ha giurato sulla Costituzione dovrebbe ricordarlo. Sempre. Ma soprattutto il 2 giugno.


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