Settecento euro di verità: quando la propaganda ignora lo stato di diritto
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Mercoledì 18 Feb 2026 · 3 minuti

Negli ultimi giorni, sui profili social di Giorgia Meloni è comparso l’ennesimo video dal tono indignato, costruito attorno a un caso giudiziario trasformato in slogan. Un episodio complesso ridotto a poche frasi ad effetto, con il risultato di alterare – quando non stravolgere – i fatti.
Prendiamo la vicenda dell’uomo algerino trattenuto nel CPR di Gradisca d’Isonzo. Nel racconto della premier, il Ministero dell’Interno sarebbe stato condannato a risarcire 700 euro “per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”. La solita narrazione che non corrisponda a quanto stabilito dal giudice.
Il risarcimento non è stato riconosciuto per aver applicato una espulsione, bensì per la violazione di diritti costituzionalmente e convenzionalmente tutelati. Parliamo di garanzie elementari: diritto alla vita privata e familiare, diritto a un provvedimento motivato, diritto a poterlo eventualmente impugnare. L’uomo – presente in Italia da molti anni e padre di due figli minori – è stato trasferito in Albania senza preavviso, senza una motivazione formalizzata e senza comunicazione della nuova destinazione. Non è una sottigliezza burocratica: è la differenza tra uno Stato di diritto e un potere che agisce senza spiegazioni.
Secondo punto distorto: “i giudici impediscano l’espulsione”. Non risulta affatto che sia stato vietato il rimpatrio. Se non fosse avvenuto il trasferimento irregolare, la procedura sarebbe proseguita nel CPR in attesa di espulsione. Il giudice ha censurato il modo in cui è stato gestito il procedimento, non l’esistenza stessa del provvedimento.
Infine, la domanda retorica: “Come si può contrastare l’immigrazione illegale se lo Stato viene sanzionato per aver fatto rispettare le regole?”. La risposta è semplice, ma meno utile in un video social: si può farlo rispettando a propria volta le regole. Perché le norme costituzionali e le convenzioni internazionali non sono un fastidio ideologico; sono l’ossatura giuridica che distingue una democrazia da un sistema arbitrario.
Trasformare una condanna per cattiva amministrazione in un presunto sabotaggio giudiziario significa spostare il piano del dibattito dai fatti alle emozioni. E quando il confronto pubblico si nutre di semplificazioni aggressive, la verità diventa la prima vittima.
La questione migratoria è seria, complessa, dolorosa. Meriterebbe precisione, non slogan. Perché uno Stato forte non è quello che ignora le regole per mostrare i muscoli, ma quello che le applica – tutte – anche quando è più scomodo farlo.
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