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Cambiano i Presidenti, cambiano i metodi, ma lo schema politico rimane: distruzione, costruzione e infine profitti

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Cambiano i Presidenti, cambiano i metodi, ma lo schema politico rimane: distruzione, costruzione e infine profitti

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Venerdì 28 Feb 2025 · Tempo di lettura 3:00


Da decenni, la politica estera degli Stati Uniti segue uno schema ben preciso: destabilizzazione, guerra e poi sfruttamento economico. Che sia un presidente democratico o repubblicano a guidare la Casa Bianca, che sia un pregiudicato pazzo come Donald Trump oppure uno più stabile e democratico come Obama la strategia non cambia.
Ucraina
Prima, Washington ha spinto per l'espansione della NATO a est, nonostante gli accordi informali post-Guerra Fredda che avrebbero dovuto evitare il progressivo accerchiamento della Russia. Poi, ignorando le tensioni crescenti, ha continuato a fornire armi e addestramento all'Ucraina, alimentando lo scontro con Mosca e di fatto sollecitando un altro pazzo, come Putin, prima ad occupare Crimea e Donbass poi ad invadere l’Ucraina. Risultato ? Una guerra devastante che ha portato morte, distruzione oltre a un’Europa sempre più divisa e incapace di sottrarsi al giogo degli USA.
Ora, gli stessi Stati Uniti, dopo aver provocato il conflitto, si propongono come mediatori di pace. Ma a quale prezzo? Mentre si proclamano difensori della libertà ucraina, sfruttano il paese economicamente, puntando alle sue immense risorse naturali, in particolare le terre rare, fondamentali per l’industria tecnologica/militare, e naturalmente abbandonano il paese al suo destino.
La storia si ripete: dietro la retorica della difesa della democrazia si nasconde una logica predatoria. Chi paga il prezzo di queste strategie? Sempre gli stessi: i popoli coinvolti nei conflitti e gli alleati obbligati a seguire la linea americana.

Gaza
Gaza è ancora una volta l’ennesimo esempio di come la geopolitica sia dominata da interessi economici e strategici, nei quali al centro del gioco ci sono sempre loro: gli Stati Uniti.
Da decenni, Washington sostiene Israele incondizionatamente, finanziandone l’apparato militare e coprendone le operazioni anche quando queste si traducono in devastazione e sofferenza per il popolo palestinese come gli ultimi 14 mesi trascorsi da Israele a mettere in atto un vero e proprio genocidio. Si c’è stato l’attentato del 7 ottobre, ma il terrorismo non è altro che figlio della scellerata politica israeliana supportata dagli USA nella striscia di Gaza. Ogni tregua è stata sempre temporanea, ogni promessa di pace sempre seguita da nuove violenzeve provocazioni, mentre dietro c’è sempre stato un piano più grande e destabilizzante per il popolo palestinese.
Ora emergono voci su progetti per trasformare Gaza in una sorta di hub economico, una "Singapore del Medio Oriente", con resort turistici e infrastrutture di lusso da costruire sopra migliaia di corpi di donne e bambini abbandonati sotto le macerie. E alla fine chi ne beneficerà ? Di certo non i palestinesi, che verrebbero sfrattati, marginalizzati o ridotti a manodopera a basso costo nel loro stesso territorio.
Gli Stati Uniti, con la loro solita retorica di "pace e ricostruzione", sono pronti a sostenere questo piano, garantendo alle multinazionali l’accesso ai nuovi affari, mentre i veri abitanti della Striscia continuerebbero, nella migliore delle ipotesi, a vivere nella precarietà, privati di diritti e autodeterminazione.

Il copione quindi si ripete ed è sempre lo stesso: prima il caos, poi il business. Forse sarebbe ora per noi europei di svegliarsi, liberarsi dal giogo statunitense iniziando a smantellare le basi americane sparse per l’Europa soprattutto ora che Donald Trump con i dazi finirà per affossare la debole economia europea.



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