Dallo Stato di diritto allo Stato di polizia: il Decreto Sicurezza come carta d’identità del nuovo fascismo
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Giovedì 05 Giu 2025 · 3:15

Il Parlamento ha approvato, blindato dalla fiducia, il Decreto Sicurezza. Da oggi è legge. E con esso, il nostro ordinamento giuridico viene riscritto nel segno dell’autoritarismo. Non è una legge come le altre. È un manifesto ideologico. Una torsione del sistema democratico che lascia sgomenti per la sua violenza simbolica e materiale. Non si tratta solo di norme: è una dichiarazione di guerra al dissenso, alla povertà, alla libertà stessa.
Il governo Meloni, incapace di affrontare le disuguaglianze, la stagnazione economica, il declino del welfare e del lavoro, ha scelto la strada più antica e più pericolosa: quella della paura. Ha creato un nemico immaginario — un Paese preda del caos, assediato da madri borseggiatrici, migranti predatori, manifestanti pericolosi — e ha brandito la clava della repressione come unica risposta. Il risultato? Una delle leggi più liberticide della storia repubblicana.
14 nuovi reati. 9 nuove aggravanti. Un attacco diretto al cuore del diritto costituzionale.
Bloccare una strada? Ora vale il carcere. Protestare simbolicamente? È reato. Occupare una casa perché si è senza tetto? Sgombero immediato e fino a 7 anni. Organizzare un picchetto sindacale, manifestare per il clima, opporsi pacificamente alle grandi opere: tutto assimilato a minacce all’ordine pubblico. È la norma “anti-Gandhi”, così l’hanno ribattezzata — e mai definizione fu più amara.
Ma non basta. Il decreto regala alla polizia un secondo armamento da portare a casa nel tempo libero, un fondo di 10.000 euro per spese legali, e più potere, senza però introdurre i codici identificativi che avrebbero reso riconoscibili gli agenti in servizio. Si premia l’anonimato repressivo, si mortifica la trasparenza.
I dati dicono altro: i reati sono in calo, le carceri esplodono, i migranti servirebbero al tessuto produttivo e invece vengono respinti o criminalizzati. Ma la costruzione dell’emergenza è una tecnica di potere, non un errore di percezione. Serve a distrarre, a dividere, a giustificare misure straordinarie in tempi ordinari.
E mentre si parla di sicurezza, il decreto prevede anche lo scudo penale per l’intelligence: se autorizzati dal Presidente del Consiglio, gli agenti dei servizi segreti non potranno essere perseguiti nemmeno per reati gravi come il terrorismo o l’associazione mafiosa. Si legalizza l’impunità. Si apre una falla nella democrazia da cui è difficile tornare indietro.
Persino le donne incinte o con figli sotto l’anno finiranno in carcere, senza possibilità di rinvio. La compassione diventa debolezza, la protezione sociale viene letta come “scappatoia”.
La cannabis light, settore legale e in crescita, viene spazzata via con un tratto di penna, colpendo migliaia di lavoratori. Non importa che non abbia nulla a che fare con lo spaccio: importa soltanto dare il segnale ideologico che lo “Stato forte” è tornato.
La destra ha disegnato il suo mondo. Non un mondo sicuro, ma un mondo muto. Dove chi alza la voce è un sovversivo, chi si ribella è un criminale, chi resiste è un corpo da neutralizzare. Non è solo repressione: è reazione, preventiva, sistemica, mirata.
Ma sabato scorso, nelle piazze, si è alzato un segnale di speranza. Migliaia di persone hanno dimostrato che si può e si deve reagire. Con lucidità, con coraggio, con determinazione. Ora tocca alla magistratura, alla Corte costituzionale, alle coscienze libere dentro e fuori il Parlamento. Perché una legge così non può restare. E chi promette di cancellarla alla prossima occasione elettorale ha il dovere di non dimenticare.
La sicurezza non è repressione. La sicurezza vera si chiama giustizia sociale. Il resto è paura di Stato
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