Deportazioni, tasse e illusioni fiscali: l’involuzione del governo Meloni tra proclami e realtà
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Giovedì 12 Giu 2025 · 3:45

Doveva essere il governo del riscatto del “ceto medio”, quello che avrebbe restituito dignità economica a lavoratori e famiglie, che avrebbe finalmente “tagliato le tasse” e “fermato l’immigrazione incontrollata”. Invece, a due anni dall’insediamento, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni appare sempre più come una macchina propagandistica inceppata, che annuncia molto e realizza poco. O, peggio, realizza l’opposto.
Il caso più clamoroso è quello del cosiddetto taglio del cuneo fiscale, la bandiera economica dell’esecutivo. Doveva alleggerire la pressione sui lavoratori dipendenti, ma – dati alla mano – ha finito per tradursi in un boomerang. L’effetto combinato di decontribuzione parziale, rimodulazione delle detrazioni, accorpamento delle aliquote Irpef e inflazione al 2% ha prodotto una miscela velenosa: la pressione fiscale sui lavoratori è aumentata del 13%, neutralizzando gli sparuti aumenti contrattuali e peggiorando il potere d’acquisto. Altro che taglio, è stato un drenaggio silenzioso, ma profondo.
A denunciarlo, nero su bianco, è stato l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), con una lucidità che fa a pugni con la retorica governativa. La presidente Lilia Cavallari ha parlato di un “sistema più stabile”, sì, ma solo per chi incassa. Per chi lavora, invece, la busta paga si è alleggerita, mentre il carico fiscale si è fatto più pesante.
Nel frattempo, il governo ha annunciato la deportazione dei migranti in Albania come grande colpo mediatico. Un’operazione che più che risolvere, sposta il problema altrove, in una zona grigia al confine dell’Unione europea. Non si tratta solo di una misura discutibile sul piano giuridico e umano: è anche l’ennesima distrazione di massa, utile per distogliere l’attenzione dai fallimenti interni.
Fallimenti che si moltiplicano. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è in grave ritardo: solo il 32,4% dei progetti è nella fase conclusiva, mentre sanità e servizi all’infanzia – due fronti essenziali per la coesione sociale – restano al palo. Eppure, mentre gli asili nido attendono investimenti, il governo accelera sulla spesa militare, promettendo di raggiungere il 2% del PIL in linea con gli obiettivi NATO.
Ma a quale prezzo? L’Upb è chiaro: aumentare la spesa militare significherà o tagliare la spesa sociale, già esausta, oppure alzare ancora le tasse. Con buona pace delle promesse pre-elettorali. E non è tutto: questo slancio bellico rischia di rinviare la riduzione del deficit, peggiorando il debito pubblico e aprendo la porta alle sanzioni europee.
In questo contesto si inserisce il solito Salvini, che rilancia il suo cavallo di battaglia: l’ennesimo condono fiscale, ribattezzato “pace fiscale”, con la pretesa di essere operativo dal 2026. Ma anche qui, le promesse si scontrano con la realtà: i condoni sono troppi, troppo frequenti, e ormai inefficaci. Neppure gli evasori ci credono più. E mentre lo Stato cerca cassa raschiando il fondo dalle tasche dei dipendenti, offre l’ennesima scappatoia a chi evade.
È un progetto politico coerente, ma classista: drenare risorse dai lavoratori per finanziare la tolleranza fiscale verso altre categorie. Una redistribuzione al contrario, che premia chi meno contribuisce e punisce chi regge il sistema.
Il paradosso è che, nonostante tutto questo, il consenso verso l’esecutivo regge. Meloni lo sa, e continua a giocare su due tavoli: mostrare forza verso gli alleati interni e morbidezza verso gli avversari, mentre sullo sfondo si consuma una strategia fatta di proclami, rinvii e regressioni mascherate da riforme.
Tra deportazioni spettacolari, tasse camuffate e condoni ridicoli, l’Italia si trova oggi in un vicolo cieco fiscale e sociale. Il problema non è solo la mancanza di risultati: è la sistematica contraddizione tra parole e fatti. Un governo che dice di voler aiutare i lavoratori, ma li tassa di più; che promette rigore, ma spende senza coperture; che parla di sicurezza, ma semina incertezza.
Alla fine, la parabola di Giorgia Meloni non è quella di una leader che sbaglia. È quella di un progetto che funziona solo finché resta sulla carta. E che, appena si misura con la realtà, mostra tutta la sua fragilità.
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