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Domani in piazza per Gaza, ma con CHI e CONTRO cosa ?

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Domani in piazza per Gaza, ma con CHI e CONTRO cosa ?

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Pubblicato in Politica internazionale · Venerdì 06 Giu 2025 · Tempo di lettura 3:00

Domani a Roma si terrà una manifestazione per Gaza. Una piazza necessaria, tardiva, forse anche confusa. Ma necessaria. Mentre nella Striscia continuano a morire civili a decine ogni giorno sotto le bombe israeliane, la politica italiana si mostra ancora una volta per quello che è: incapace di unire, incapace di contare, incapace persino di chiamare le cose col loro nome.
La destra – coerentemente con la sua linea atlantista e filoisraeliana – non ci sarà. E non ci stupisce. Il sostegno a Netanyahu è esplicito, senza sfumature. Nonostante il crescente isolamento internazionale del governo israeliano, nonostante i crimini documentati da organizzazioni umanitarie e da esperti di diritto internazionale, la destra italiana si schiera compatta: con l’occupante, non con gli occupati. Con chi impone fame, assedio, bombardamenti indiscriminati. Con chi sta compiendo – sì, diciamolo – un genocidio.
La sinistra riformista, come sempre, fa il gioco delle tre carte. Renzi e Calenda – due habitué della mezza misura e dell’autoreferenzialità – non vogliono mischiare le loro cravatte con i keffiyeh. Così domani non saranno in piazza, ma chiusi al caldo in un teatro milanese, il Parenti, per una “contro-manifestazione” piena di distinguo e accessi selettivi. Dentro solo chi non disturba troppo. Nessuna piazza, nessun rischio di dover ascoltare una parola scomoda. Nessun popolo.
Il Pd, il M5S e AVS, dal canto loro, ci saranno. Ma sarà una presenza tormentata, con il fiato corto e la bocca cucita. Il Pd, diviso come sempre tra il cuore a sinistra e il portafoglio al centro, partecipa ma evita accuratamente di pronunciare la parola “genocidio”. “Sì, Netanyahu va fermato”… “ma ci vuole equilibrio”… “rispettiamo la piattaforma della manifestazione”… “liberiamo gli ostaggi”… “fermiamo l’antisemitismo”. Tutto giusto. Ma mai, o quasi mai, un’accusa chiara, frontale, definitiva. Come se l’equilibrio valesse anche di fronte a migliaia di bambini uccisi, ospedali rasi al suolo, carestia indotta e interi quartieri trasformati in polvere.
Intanto in Francia, i portuali bloccano le navi che trasportano armi verso Israele. Rifiutano di caricare pezzi per fucili mitragliatori: “Non parteciperemo a un genocidio.” È questa la voce della coscienza europea, non certo quella dell’Italia.
Da noi, invece, nonostante le promesse del governo Meloni e le dichiarazioni ufficiali di stop alle esportazioni, continuiamo a vendere droni, radar, software militari e tecnologie di targeting a Israele. In barba alla legge 185/90. In barba al buon senso. In barba alla nostra umanità.
E l’Italia, come sempre, non conta niente. Ma non solo per colpa di chi governa oggi. È una responsabilità collettiva, cronica. È l’inconsistenza del nostro dibattito pubblico, la timidezza del nostro pacifismo, l’ipocrisia dei nostri leader. È il nostro eterno bisogno di piacere a tutti, anche quando il sangue gronda sugli schermi delle televisioni.
Domani si scenderà in piazza. Ciascuno con la propria bandiera, la propria idea, il proprio linguaggio. Ma guai a dire che la manifestazione sarà unita. Guai a fingere che la sinistra italiana, oggi, abbia una posizione chiara, coraggiosa, netta. Alcuni ci proveranno. Altri si tureranno il naso. Qualcuno ascolterà Rula Jebreal e proverà disagio. Qualcuno invece sentirà finalmente una verità che nessuno ha il coraggio di dire a microfoni accesi.
Ma domani, almeno domani, bisogna esserci. Perché Gaza sta morendo. E l’Italia – col suo silenzio, le sue armi, le sue ipocrisie – non può essere complice.



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