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Flotilla, Gaza e Italia: un paese diverso dal governo fascista di Giorgia Meloni

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Flotilla, Gaza e Italia: un paese diverso dal governo fascista di Giorgia Meloni

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Pubblicato in Politica internazionale · Venerdì 03 Ott 2025 · Tempo di lettura 2:45


La vicenda della Global Sumud Flotilla ha lanciato un messaggio forte al popolo di Gaza, vittima di un genocidio sotto gli occhi del mondo. Ma, allo stesso tempo, ha messo a nudo tutte le ombre dell’Italia di oggi: un Paese governato da una classe dirigente incapace non solo di gestire una democrazia, ma anche di rispettare la Costituzione sulla quale ha giurato.
Dalla reazione del governo Meloni emergono due verità amare:
  1. L’irrilevanza internazionale dell’Italia.
    Nonostante le continue dichiarazioni sul ruolo “centrale” del nostro Paese nello scacchiere globale, i fatti raccontano un’altra storia. L’Italia resta marginale, succube delle decisioni dei propri alleati occidentali. La “sponda privilegiata” con Trump si è tradotta in dazi al 15%, presto al 100% per i prodotti farmaceutici, che Confindustria definisce una sciagura mentre esponenti del governo li descrivono come “opportunità”. E intanto Israele, “Paese amico”, assalta in acque internazionali navi battenti bandiera italiana, arresta civili pacifici, e il ministro della Difesa trova persino il modo di ringraziare per la “moderazione” dimostrata. Una vera e propria azione di guerra contro la nostra sovranità, liquidata con parole di circostanza.
  2. L’inadeguatezza sul piano interno.
    Mentre centinaia di migliaia di cittadini scendono in piazza per protestare contro il genocidio a Gaza e la complicità del governo, la Presidente del Consiglio attacca la Flotilla e insulta chi sciopera, accusandolo di cercare un “weekend lungo”. Una retorica sprezzante, che criminalizza la protesta e deride lavoratrici e lavoratori che pagano di tasca propria il dissenso. È l’ennesima conferma di un governo che si sente rappresentante di una parte, non di tutto il Paese, in aperta violazione dello spirito costituzionale.

Oggi lo sciopero generale, indetto da sindacati e movimenti di base, è la risposta civile e pacifica a questa deriva. Nonostante il tentativo del governo e della Commissione di garanzia di delegittimarlo, la protesta è legittima e sacrosanta. Non è solo un grido contro il genocidio palestinese, ma anche un atto di difesa dell’ordine costituzionale, dopo che navi italiane sono state sequestrate e cittadini italiani arrestati illegalmente.
La verità è che la società civile sta salvando l’onore del nostro Paese.
Non lo fa il governo, che balbetta e si piega, ma lo fanno i cittadini nelle piazze, i lavoratori in sciopero, i giovani che manifestano.
Di fronte a tutto questo, è inevitabile che cresca lo scontro sociale.
Se le istituzioni rinunciano al proprio ruolo, la voce della protesta rischia di farsi più dura, più radicale. Perché chi non ha potere, come può essere ascoltato, se non alzando il tono della propria indignazione?
Oggi l’Italia si trova davanti a uno specchio: vuole essere un Paese complice dei crimini di guerra o una democrazia che difende la dignità e la vita umana?
La risposta non la troveremo nelle parole del governo, ma nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. È lì che ancora batte il cuore della nostra Costituzione.


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