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Giorgia Meloni tenta di trasformarsi da coniglio a volpe

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Giorgia Meloni tenta di trasformarsi da coniglio a volpe

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 28 Nov 2025 · Tempo di lettura 2:45


C’è qualcosa di surreale nella scena politica di questi giorni. La leader del principale partito di opposizione viene invitata alla festa del partito di governo, Fratelli d'Italia,  — una di quelle kermesse dove si respira più propaganda che aria — e tutti sembrano stupirsi quando lei, con una calma quasi scolastica, dichiara: «Vengo solo se mi confronto con Giorgia Meloni».
Una frase che, in un Paese normale, suonerebbe ovvia come «l’acqua bagna» o «il sole scalda». E invece no, sembra quasi una richiesta eversiva. Ma davvero si pensa che la segretaria del primo partito d’opposizione debba andare a fare passerella sotto il tendone di FdI per dibattere con un Donzelli, un Bignami o un Delmastro qualunque nonché fascistelli di bassa lega ? È ridicolo persino immaginarlo. O si parla con chi governa, o non se ne fa niente. Altrimenti il confronto — quello vero — lo si fa dove la democrazia, alla quale Giorgia Meloni ed i suoi camerati sono fortemente allergici, lo prevede: in Parlamento. Di certo non davanti allo stand della birra artigianale con sullo sfondo il simbolo della fiamma.
Il punto, però, non è questo. È il comportamento di Giorgia Meloni, che davanti alla richiesta legittima di Schlein decide di fare ciò che le riesce meglio: spostare il tavolo, mescolare le carte, ribaltare la domanda. Invece di dire sì o no, rilancia: «Allora venga anche Conte». Una manovra da prestigiatrice più che da premier, con l’eleganza di chi dice “Già che ci siamo, decido io con chi deve spartire la scena la vostra opposizione”. Un modo quasi furbo — e molto poco istituzionale — per evitare il confronto diretto senza dichiararlo apertamente. Insomma il coniglio che sfugge da tre anni i confronti con chi non le sia amico, tenta di fare la volpe ma non le riesce proprio, Elly Schlein non abbocca. Restituisce l’invito al mittente con la cordialità chirurgica di chi ha intuito subito il gioco. Chi invece pare non aver colto l’antifona è Giuseppe Conte, che già lo scorso anno si era prestato a salire sul palco della festa meloniana per fare da bersaglio mobile alle battute di casa. E questa volta rischia di ripetersi.
E qui arriviamo al nocciolo della questione: la ritrosia di Giorgia Meloni verso il confronto. Non è un’opinione: sono i fatti a raccontarlo. Non è un caso che lei stessa, in un fuori onda con Donald Trump, abbia candidamente ammesso: «I never want to speak with my press». Una frase che, per un Presidente del Consiglio, è un po’ come se un chirurgo dicesse: «Preferisco operare al buio». E allora si capisce tutto: non è solo tattica politica, non è solo strategia comunicativa. È una autentica allergia al contraddittorio. E quando non ami il confronto, il modo più efficace per evitarlo è trasformarlo in un gioco delle tre carte. Solo che questa volta il gioco è stato smascherato.
E l’invito alla festa è tornato indietro, come una lettera “non recapitabile”.


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