Governo Meloni longevo ma sempre antiparlamentare
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Mercoledì 24 Dic 2025 · 3:30

Senza entrare nel merito dei vari provvedimenti della Legge di Bilancio 2026 si può senza ombra di dubbio affermare che da un governo di destra non ci si poteva altro che aspettare una finanziaria punitiva per i ceti medio bassi ed i lavoratori mentre le modalità di approvazione dimostrano ancora una volta l'avversità totale del governo Meloni alla democrazia parlamentare. La legge di Bilancio per il 2026 viene approvata seguendo un copione che ormai conosciamo a memoria. Un copione logoro, ripetitivo, ma proprio per questo sempre più inquietante: il Parlamento, l’organo che la Costituzione indica come cuore della democrazia rappresentativa, resta ai margini se non totalmente escluso della discussione più importante dell’anno.
Formalmente tutto fila. Il governo approva il disegno di legge entro i termini – quest’anno con appena due giorni di ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre – e lo trasmette alle Camere. Nella sostanza, però, siamo di fronte a una rappresentazione teatrale in cui il Parlamento recita la parte della comparsa. La manovra arriva già “chiusa”, politicamente blindata, e il tempo che intercorre tra la presentazione e il voto finale non si traduce in un reale spazio di confronto, ma in una lunga attesa seguita da una rapida ratifica. Il paradosso è evidente: rispetto al passato, le leggi di Bilancio del governo Meloni vengono presentate con maggiore puntualità, ma questo anticipo non rafforza il ruolo dei parlamentari. Al contrario, consolida una prassi distorta: un esame sostanziale concentrato in una sola Camera e una seconda Camera ridotta a votare “a scatola chiusa”, spesso a ridosso delle festività natalizie, senza margini reali di modifica
L’ultima vera legge di Bilancio discussa e modificata da entrambe le Camere risale al 2019. Da allora, il cosiddetto “monocameralismo alternato” è diventato la norma, non l’eccezione.
Nel caso della manovra 2026, la situazione è persino peggiorata. Le tensioni interne alla maggioranza – mai così visibili – hanno prodotto un testo iniziale approvato dal Consiglio dei ministri in ottobre e poi profondamente rimaneggiato da una pioggia di emendamenti. Emendamenti non dell’opposizione, ma dei partiti di governo. Il risultato è un testo che cambia pelle più volte, fino ad arrivare in Aula all’ultimo minuto, inevitabilmente blindato da un voto di fiducia che azzera ogni possibilità di dibattito parlamentare.
Qui sta il nodo politico centrale. Il ricorso sistematico alla fiducia non è il segno di un governo forte, ma l’esatto contrario. Oltre cento voti di fiducia richiesti dall’esecutivo Meloni dall’inizio della legislatura raccontano una maggioranza molto meno compatta di quanto la propaganda voglia far credere. La fiducia diventa così uno strumento di disciplina interna prima ancora che un mezzo per contrastare l’opposizione.
Questa logica non si ferma alla legge di Bilancio. Anche sulle riforme costituzionali il governo adotta lo stesso schema: iniziativa, controllo del testo, compressione del dibattito parlamentare. Eppure una riforma della Costituzione dovrebbe essere, per sua natura, un processo parlamentare ampio, condiviso, fondato sul confronto tra forze politiche e culture diverse. Trasformarla in un atto di governo significa snaturarne il senso e indebolire ulteriormente il ruolo delle Camere.
Alla fine, il vero dato politico della legge di Bilancio 2026 non sta tanto nelle singole misure, quanto nel metodo. Un metodo che anno dopo anno normalizza l’eccezione, riduce il Parlamento a un passaggio obbligato ma irrilevante e sposta l’equilibrio dei poteri sempre più verso l’esecutivo. Non è un incidente di percorso, né una necessità tecnica inevitabile: è una scelta politica precisa. Ed è su questa scelta, prima ancora che sui numeri della manovra, che dovrebbe aprirsi una discussione pubblica seria anche perché questo atteggiamento, non esclusivo del governo Meloni, è una delle tante cause che stanno provocando l'allontanamento dei cittadini dalla politica e l'aumento vertiginoso dell'astensione.
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