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I sogni infranti di Giorgia (e il G7 che non c’è)

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I sogni infranti di Giorgia (e il G7 che non c’è)

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Pubblicato in Politica internazionale · Martedì 17 Giu 2025 · Tempo di lettura 3:00

Doveva essere il G7 della diplomazia, della leadership italiana che "fa ponte" tra il vecchio continente e il nuovo Trumpismo. Doveva essere il palcoscenico in cui Giorgia Meloni, con il suo sorriso da “ragazza della porta accanto” e un'agenda carica di buone intenzioni, avrebbe guidato l’Europa nel difficile dialogo con il tornado arancione d’America. Invece, è andata in scena una farsa internazionale con finale da commedia nera.
Al G7 in Canada, non si riesce nemmeno a partorire un comunicato congiunto che chieda, con un filo di voce, a Israele di chiudere uno dei suoi molteplici fronti di guerra. Nulla. Nemmeno un accenno timido a Gaza, dove la polvere da sparo ha sostituito l’aria, o all’Iran, trattato come lo spauracchio nucleare di un mondo che autorizza solo i “giusti” ad avere l’atomica – dove per “giusti” si intendono quelli approvati da Trump, Macron, o qualche entità ultraterrena.
Meloni si muove, stringe mani, scambia battute notturne al bar con Macron, prova perfino a intercettare Trump in modalità “confidenza da corridoio”. Si porta dietro la figlia, forse nella speranza che la tenerezza materna sciolga il cuore dell’uomo dalla permanente bionda. Spoiler: non funziona.
Con la guerra Israele-Iran a occupare la scena come un elefante nella sala riunioni, la premier italiana cerca di far approvare almeno una dichiarazione di de-escalation. Tradotto: "Israele può continuare a difendersi, ma magari con un po’ meno entusiasmo esplosivo". Ma Trump, impassibile come sempre, chiede la resa e rispedisce il documento al mittente. Nessuna firma. Nessuna mediazione. Il re è tornato, e detta le condizioni come fosse ancora il 2018 – con lo stesso disprezzo per i comunicati finali e un certo gusto per lo show autarchico.
Nel frattempo, Giorgia la Mediatrice, “l’amica dell’America rurale”, come l’hanno soprannominata a Bruxelles, scopre che la sua posizione è cambiata: niente più equidistanza, niente più flirt con Washington. La pecorella è tornata all’ovile europeo, ma l’ovile è un coro stonato, in cui ciascuno canta per sé e Trump se ne va con le orecchie tappate.
L’Ucraina, che doveva essere il cuore del vertice, finisce in fondo all’agenda, superata dal dramma mediorientale. Trump butta lì, tanto per gradire, l’idea che forse Putin avrebbe potuto mediare tra Israele e l’Iran. Reazioni tra lo stupito e il disgustato. Macron alza le sopracciglia fino alla stratosfera, gli altri tacciono imbarazzati. E Giorgia? Prova ancora una volta a “fare sintesi”, ma la sintesi non si fa tra universi paralleli.
E così finisce il G7. Con una serie di comunicati spezzettati, firmati solo da chi se la sente. Un G7 senza voce unica, senza visione, senza nemmeno un hashtag degno di nota. L’unico segnale chiaro lo manda Trump: se non siete d’accordo con me, siete fuori.
Meloni torna a casa con una valigia piena di buone intenzioni smarrite, un selfie con Trudeau sfocato, e la consapevolezza che il “ponte” tra l’Europa e il caotico regno trumpiano non si costruisce con la simpatia, i sorrisi, o la figlia al seguito. E che in politica estera, come nei sogni, serve qualcosa di più di una gita scolastica ben documentata su Instagram.
Bentornata alla realtà, premier.


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