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Il linguaggio della clava: se il dissenso diventa un caso di sicurezza nazionale

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Il linguaggio della clava: se il dissenso diventa un caso di sicurezza nazionale

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Mercoledì 04 Feb 2026 · Tempo di lettura 4 minuti


C’è un momento, nella vita democratica di un Paese, in cui il linguaggio del potere smette di descrivere la realtà e inizia a costruirne una nuova, funzionale a sé stesso. Le dichiarazioni del ministro dell’Interno Piantedosi alla Camera, dopo i fatti di Torino legati allo sgombero di Askatasuna, stanno tutte lì: non nell’analisi, ma nella narrazione. Una narrazione a colpi d’accetta, che non distingue, non spiega, non previene. Accusa chi non ha colpe.

Secondo il ministro ventimila manifestanti trasformati in scudi umani, partiti dell’opposizione — AVS in testa — elevati a “complici morali”, e infine gli scontri ricondotti a una fantomatica “strategia terrorista e squadrista”. Una escalation verbale che non serve a capire cosa sia accaduto, ma a preparare il terreno a ciò che verrà dopo. Perché il punto non sono solo i fatti di Torino: il punto è l’uso politico che se ne sta facendo. Un uso che nemmeno ai tempi delle Brigate Rosse si è visto, il paese uscì dal quel nefasto periodo senza legge speciali e soprattutto con il supporto della magistratura. Me in quegli anni avevamo una classe Politica con la P maiuscola seria e intelligente, non gli squadristi incompetenti e inadeguati che ci governano oggi. Il sospetto viene spontaneo: quella manifestazione, con ciò che sarebbe accaduto, altro non era che  l’occasione attesa. Il casus belli perfetto per giustificare una nuova stretta repressiva a suon di decreti, DASPO estesi, cauzioni per manifestare, scudi penali per le forze dell’ordine, e infine il solito attacco scomposto e inadeguato alla magistratura.

Il discorso di Piantedosi non è solo incendiario: è programmatico. Dice chiaramente come Meloni e i suoi intendano gestire la fase finale della legislatura. La clava contro le opposizioni, la riduzione del pluralismo a problema di ordine pubblico, l’idea che manifestare insieme “offra una prospettiva di impunità” e la sottomissione della magistratura qualora al referendum di marzo vincessero i SI.

Giorgia Meloni vola a Torino, dove si è assistito ad una processione sconcertante, vergognosa ed ipocrita al letto dei poliziotti feriti, e suggerisce alla Procura quale reato contestare (“tentato omicidio”), il governo che polemizza apertamente con PM e giudici, che li accusa implicitamente di indulgenza o incapacità, che pretende di indicare tempi, qualificazioni giuridiche, persino quando “arrendersi”. È una torsione istituzionale gravissima. Perché in uno Stato di diritto non sono i governi a decidere quali reati perseguire e come, ma i magistrati, soggetti soltanto alla legge.

L'unico effetto positivo che ha avuto il discorso del ministro dell'interno è stato quello di scongiurare un voto unanime su una risoluzione di condanna ai fatti di Torino. Elly Schlein aveva abboccato all'invito di Giorgia Meloni dimenticando la natura reale di questo governo e dei due partiti di maggioranza FdI e Lega: fascisti nel profondo dell'anima e con i fascisti non si tratta ... i fascisti si combattono.
Per questo non basta esprimere solidarietà agli agenti feriti — doverosa e unanime. Bisogna respingere con forza l’equazione tossica tra sinistra e violenza, tra piazza e terrorismo, tra critica e complicità. Bisogna ricordare che la democrazia non si difende restringendo le libertà, ma garantendole. E che ogni volta che un governo usa il caos per chiedere più potere, quel potere difficilmente lo restituisce.
La storia italiana dovrebbe avercelo insegnato. Evidentemente, qualcuno spera che ce ne siamo dimenticati.



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