Il mondo ostaggio di tre criminali: Trump, Putin e Netanyahu
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Martedì 19 Ago 2025 · 3:15

Il mondo contemporaneo sembra vivere sospeso su un filo sottile, minacciato non da un equilibrio di forze capace di garantire pace e stabilità, ma dal protagonismo incontrollato di tre leader che hanno fatto della forza, della provocazione e dell’assenza di scrupoli il loro marchio di fabbrica. Donald Trump, Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu rappresentano tre facce diverse di una stessa medaglia: l’idea che il potere non debba piegarsi al dialogo, ma possa imporsi attraverso la violenza, l’arroganza e il disprezzo delle regole internazionali.
Trump: l’egemone mascherato
Trump non è che l’ultima incarnazione di una lunga tradizione americana: quella di un Paese che si percepisce come il “padrone del mondo”. Cambiano i volti, cambiano i metodi comunicativi, ma la sostanza resta immutata: gli Stati Uniti intervengono, provocano, destabilizzano in nome di valori universali che, troppo spesso, celano interessi geopolitici ed economici. La cosiddetta “guerra al terrorismo” ha lasciato dietro di sé scenari devastati in Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, con migliaia di morti civili e Stati ridotti in macerie. Trump, con il suo nazionalismo esasperato e la visione binaria di “America first”, non ha fatto che accentuare questa linea, delegittimando ogni tentativo di multilateralismo.
Putin: la risposta imperiale
Se l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, hanno spinto la NATO fino alle porte della Russia, Putin ha risposto con il linguaggio che conosce meglio: quello della forza bruta. L’invasione dell’Ucraina è stata presentata come una reazione all’accerchiamento, una “necessità strategica”. In realtà, si è trasformata in una guerra sanguinosa che, pur colpendo obiettivi militari, ha devastato città, infrastrutture civili e vite innocenti. Putin ha rispolverato la retorica imperiale, riportando l’Europa al cuore della Guerra Fredda, con un conflitto che rischia di trascinarsi per anni e destabilizzare l’intero continente.
Netanyahu: la tragedia di Gaza
L’attacco terroristico del 7 ottobre contro Israele è stato il pretesto che Netanyahu attendeva per portare avanti la sua strategia di annientamento del popolo palestinese. Sotto la copertura della lotta al terrorismo, con la complicità silenziosa e spesso attiva degli Stati Uniti, Tel Aviv ha scatenato un’offensiva che ha il sapore del genocidio: migliaia di morti, intere famiglie spazzate via, la popolazione costretta alla deportazione in condizioni disumane. Netanyahu, con la sua politica di espansione e segregazione, ha trasformato un conflitto politico in una catastrofe umanitaria, minando ogni prospettiva di pace.
L’Europa: spettatrice impotente
E in tutto questo, dov’è l’Europa? Nel momento più delicato della storia recente, il vecchio continente si mostra incapace di trovare una voce autonoma. Oscilla tra la fedeltà cieca a Washington, la paura reverenziale verso Mosca e la timidezza cronica di fronte a Israele. L’Unione Europea, nata per dare un senso politico all’integrazione economica, sembra ormai ridotta a una potenza vassalla, succube di logiche che non controlla e di tre leader che incarnano l’assenza di etica nella politica internazionale.
Un mondo in bilico
Trump, Putin, Netanyahu: tre nomi, tre poteri, tre crisi che si intrecciano. Ognuno di loro ha alimentato la spirale della violenza, della vendetta, della sopraffazione. In mezzo restano i popoli: americani, russi, ucraini, israeliani, palestinesi, europei. Tutti ostaggi di una geopolitica cinica, dove i diritti umani diventano retorica e la pace un miraggio.
Se l’Europa non riuscirà a emanciparsi da questa condizione di subordinazione e se la comunità internazionale non ritroverà un senso di responsabilità collettiva, il rischio è quello di assistere a un futuro dominato da conflitti permanenti e da leader che, pur diversi, condividono la stessa convinzione: il potere non si negozia, si impone.
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