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Il referendum tradito: la Costituzione usata come scudo, il voto popolare calpestato

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Il referendum tradito: la Costituzione usata come scudo, il voto popolare calpestato

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Martedì 10 Giu 2025 · Tempo di lettura 4:00


È andato in scena l’ennesimo paradosso italiano: una consultazione popolare affossata dall’astensione, salutata con toni trionfali dalla maggioranza di governo. Una sconfitta — innegabile — per i promotori dei referendum, ma anche una sconfitta ben più grave, e pericolosa, per la democrazia. Perché il dato politico più inquietante non è l’affluenza sotto il quorum, ma l’atteggiamento di chi governa: festeggiare il disimpegno civico, incitare alla diserzione delle urne, mentre ci si erge quotidianamente a paladini della volontà popolare.
È qui che si manifesta la contraddizione più lacerante e rivelatrice. Questa destra, la stessa che rivendica ogni giorno la propria legittimità in forza del voto ricevuto, che si riempie la bocca del mandato popolare come fosse un sacramento, ha scelto — proprio in occasione di una consultazione popolare come il referendum — di boicottare il voto. Di invitare all’astensione. Di delegittimare uno degli strumenti più nobili della democrazia diretta. È un cortocircuito che grida vendetta: il principio di sovranità popolare diventa un’arma da usare solo quando conviene.
A parole, la Costituzione è intoccabile. Ma, come spesso accade, la si tira fuori solo quando fa comodo. Quando serve a giustificare l’inerzia, a mascherare il disprezzo per il dissenso. Si dice: “L’astensione è prevista dalla Costituzione”. Ma è una forzatura bella e buona. La Carta del ’48 prevede un quorum, sì — un meccanismo tecnico per garantire la rappresentatività dell’esito — ma certo non auspica il non-voto. La Costituzione, al contrario, affida al cittadino il diritto-dovere di partecipare. Chi oggi celebra il 70% di astenuti dimentica (anzi: rimuove) che quella stessa Costituzione afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, che ripudia la guerra, che considera il fascismo un crimine e ne vieta la riesumazione. Quanti di questi principi sono oggi rispettati? Nessuno: il lavoro manca o si tratta di lavoro povero, l'Italia partecipa alla guerra in Ucraina come ha partecipato con proprie truppe a quelle scellerate in Iraq e Afghanistan, il partito di maggioranza relativa ha nel suo logo la fiamma fascista mentre la seconda carica dello Stato tutte le sere quando rientra a casa si inginocchia davanti al busto del criminale Mussolini, ogni qualche migliaio di criminali esce in piazza con il braccio teso a inneggiare al duce. In questi casi la Costituzione non viene minimamente nominata anche se calpestata.
L’uso strumentale della Costituzione, selettivo e opportunistico, è forse il segno più evidente di una crisi democratica profonda. In questa crisi, il referendum non è stato solo un’occasione persa per modificare leggi ingiuste. È stato il termometro di un distacco sempre più drammatico tra cittadini e istituzioni. Un distacco che qualcuno ha colpevolmente deciso di non colmare, ma di cavalcare. Invitare a non votare non è solo un atto di disimpegno: è un sabotaggio istituzionale.
Il contenuto dei referendum, va detto, non era secondario: parlava di lavoro, di appalti, di precarietà, di diritti civili, di cittadinanza. Temi scomodi per chi governa, evidentemente. E allora meglio spingere all’indifferenza, meglio disattivare la partecipazione, piuttosto che rischiare una discussione nel merito. Meglio affondare lo strumento, screditarlo, ridicolizzarlo, per poi presentarsi — come ha fatto qualcuno — con i manifesti dei leader del centrosinistra in lacrime e le battute da stadio.
È in questa logica che va letto il boicottaggio. Non come una scelta neutra, ma come un atto deliberato per impedire che si eserciti un diritto. Per evitare che si formi un’opinione pubblica consapevole. Per impedire ai cittadini di decidere, direttamente, su questioni che li riguardano. È l’ennesima conferma: questo governo affonda le sue radici non nel consenso, ma nella passivizzazione del consenso. Nella disattivazione della democrazia.
E così, ancora una volta, ci si trova a dover difendere l’ovvio: che un referendum non è un sondaggio; che la partecipazione è un valore; che la sovranità appartiene al popolo anche quando il popolo dissente. Ma l’Italia sembra sempre più lontana da queste certezze. E la sinistra, se vuole davvero contrastare questa deriva, dovrà smettere di balbettare e tornare ad essere forza credibile e unita. Senza i soliti “forse”, “ma” e distinguo di facciata. Perché la strada per battere la destra non passa per l’attendismo né per i calcoli di convenienza. Passa, oggi più che mai, per una ricostruzione profonda della fiducia nel voto e nella partecipazione. Perché l’astensione è stata una vittoria di palazzo, ma una sconfitta del Paese.


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