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Il venerdì giorno di lotta contro il governo fascista

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Il venerdì giorno di lotta contro il governo fascista

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Pubblicato in Politica interna · Sabato 08 Nov 2025 · Tempo di lettura 3:00


L’Italia sta attraversando, senza forse rendersene conto, uno dei momenti più bui della sua storia repubblicana e democratica. Non per una crisi economica, non per una guerra, ma per la lenta, costante erosione di quei valori democratici che dovrebbero essere intoccabili.
Mai, dopo la caduta del fascismo, si era visto un presidente del Consiglio che si prende gioco di un sindacato — la CGIL — solo perché osa proclamare uno sciopero contro una manovra di governo. Non un confronto nel merito delle proposte, non un dibattito serio su salario, sanità o diseguaglianze. Solo battutine da talk show, solo sarcasmo sul “venerdì” come giorno di sciopero, come se chi sciopera lo facesse per godersi un weekend lungo e non per difendere, a proprie spese, diritti conquistati con decenni di lotte e sacrifici.
Ma chi sciopera perde una giornata di paga, e in tempi come questi — in cui milioni di famiglie arrancano tra mutui, bollette e carrelli della spesa sempre più vuoti — non c’è nulla di “furbo” o “comodo” nel rinunciare al proprio salario. C’è dignità, c’è rabbia, c’è la volontà di dire: così non va più bene.
Il vero problema è che questo governo non contesta le idee del sindacato, ma la sua stessa esistenza come voce critica. Non sopporta il dissenso, non ammette l’opposizione, e ogni protesta viene ridotta a un fastidio, a un intralcio, a un “attentato alla libertà di chi lavora”. È un linguaggio pericoloso, che affonda le radici in un’anima autoritaria e fascista sempre più evidente. Negare questa evidenza affermando che non c'è pericolo di un nuovo fascismo nel nostro paese, è negare un'evidenza ormai acclarata ed accelerare la deriva autoritaria presente in tutti gli atti di questo governo.
Quando un governo tenta di delegittimare chi rappresenta i lavoratori, quando trasforma un diritto costituzionale — lo sciopero — in un atto da condannare moralmente, quando si offende l'avversario senza entrare nel merito della questione, allora significa che il potere ha anche paura. Paura di un popolo che, nonostante tutto, non ha smesso di pensare.
Dietro le risate, dietro l’ironia sul “venerdì”, si nasconde infatti l’imbarazzo di fronte alla realtà: salari che non crescono, sanità pubblica al collasso, milioni di persone che rinunciano a curarsi. E una legge di bilancio che non redistribuisce, non protegge, non guarda ai più fragili ma porta vantaggi solo a quelle classi sociali che non ne hanno bisogno.
Tutti i governi della Repubblica — anche i più lontani dalle posizioni sindacali — hanno sempre saputo che lo scontro sociale è parte della democrazia. Oggi, invece, si vuole il silenzio. Si preferisce un Paese docile, spettatore, che non sciopera, non disturba, non si informa, un paese da alimentare con tweet e post sui social ma senza affrontare dibattiti con contraddittori qualificati.
Ma un’Italia senza conflitto, senza voce, senza diritto di dire “no” è un’Italia che ha già smesso di essere democratica. Ecco perché quello del 12 dicembre non è un semplice sciopero. È un segnale d’allarme. È il ricordo, necessario e doloroso, che la libertà non è un privilegio concesso dall’alto, ma un diritto che si difende ogni giorno — anche, e soprattutto, di venerdì.



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