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Indipendenza o subordinazione ? Il vero nodo della riforma

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Indipendenza o subordinazione ? Il vero nodo della riforma

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Martedì 17 Feb 2026 · Tempo di lettura 3 minuti


Ci sono parole che, quando vengono pronunciate da un Ministro della Giustizia, non sono semplici opinioni: sono atti istituzionali. E pesano.
Quando si accusa il Consiglio Superiore della Magistratura di operare con metodi “para-mafiosi”, non si colpisce soltanto un organo costituzionale. Si ferisce la memoria delle decine di magistrati uccisi dalla mafia. Si scivola su una linea pericolosa che confonde il dissenso con la delegittimazione. E, cosa ancora più grave, si coinvolge indirettamente anche il Sergio Mattarella, che del CSM è Presidente per mandato costituzionale.
In una democrazia matura le critiche sono legittime. Ma le parole devono essere proporzionate alla responsabilità del ruolo. Qui non si tratta di un dibattito tecnico: si tratta di rispetto istituzionale.
Non contento, il ministro Carlo Nordio chiede che l’Associazione Nazionale Magistrati renda pubblici i finanziatori del comitato per il No. Una richiesta che sorprende per almeno due ragioni.
Primo: l’ANM non ha alcuna giurisdizione sul comitato referendario.
Secondo: la normativa sulla privacy non consente la diffusione indiscriminata di dati sensibili.
Più che un’istanza di trasparenza, l’impressione è quella di una richiesta che suona come una schedatura preventiva. E se davvero l’obiettivo fosse la trasparenza, perché non chiedere lo stesso livello di pubblicità ai comitati per il Sì? La trasparenza, per essere credibile, deve essere universale, non selettiva.
Ancora più singolare appare il tono della campagna politica. Chi ha scritto e approvato la riforma in Parlamento dovrebbe possedere tutti gli strumenti per spiegarla, difenderla, argomentarla nel merito. E invece si assiste a una comunicazione che spesso non informa, ma polarizza; non chiarisce, ma denigra; non entra nel merito, ma costruisce bersagli.
Quando si insiste sull’idea che la magistratura sia un ostacolo, un corpo “politicizzato”, un freno all’azione di governo, si prepara il terreno a una trasformazione silenziosa: il passaggio dal giudice indipendente al funzionario collaborante. Dalla separazione dei poteri alla loro sovrapposizione.
E qui il nodo è costituzionale, non ideologico. Nelle democrazie costituzionali la magistratura non “fa politica”: applica le leggi ai casi concreti, anche quando le decisioni risultano sgradite all’esecutivo. L’effetto politico di una sentenza può essere inevitabile, ma non è questo il suo scopo. Ridurre il potere giudiziario a una mera “vidimazione” delle scelte governative significherebbe svuotarlo di senso. Significherebbe alterare l’equilibrio dei poteri che è il cuore dello Stato di diritto.
C’è poi un aspetto che inquieta più di ogni polemica: la strategia della delegittimazione sistematica. Trasformare la magistratura in un bersaglio permanente, additarla come responsabile di ogni fallimento politico, evocare categorie infamanti. È un gioco pericoloso. Perché non corrode soltanto un’istituzione: logora il tessuto civile, incrina il senso di comunità, alimenta una sfiducia che difficilmente si ricompone.
Il confronto è legittimo. Il dissenso è legittimo. La critica è legittima.
La delegittimazione no.
Se la riforma è solida, la si difenda con argomenti.
Se è giusta, la si spieghi nel merito.
Se convince, lo farà con la forza delle ragioni, non con l’indebolimento dell’interlocutore.
La qualità di una democrazia non si misura quando tutto scorre senza attriti. Si misura quando i poteri si controllano a vicenda senza distruggersi. E quando le parole, soprattutto quelle di chi governa, costruiscono istituzioni invece di consumarle.


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