Israele in Siria: nuovo fronte nel silenzio dell'Occidente
Pubblicato in Politica internazionale · Giovedì 17 Lug 2025 · 5:30

L'attuale escalation in Siria, caratterizzata da pesanti raid aerei israeliani su Damasco e da una crescente crisi al confine israelo-siriano, sta riaccendendo i riflettori su un disegno più ampio di destabilizzazione del Medio Oriente, con Israele che agisce, a detta di alcuni, non solo con l'implicito assenso ma quasi come un braccio armato dell'Occidente, nel silenzio assordante di Europa e Stati Uniti.
Il nuovo fronte in Siria e gli obiettivi di Israele
Il 15 luglio 2025, Israele ha lanciato raid aerei contro il palazzo presidenziale di Damasco, noto come il "Palazzo del Popolo", sede del presidente siriano Ahmed al-Shara, e il quartier generale militare vicino al Ministero della Difesa. Questi attacchi, che hanno causato morti e feriti, si sono estesi anche alla zona dell'aeroporto militare di Mazzeh e alle campagne di Deraa e Sweida. Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che i raid continueranno a meno che le forze siriane non si ritirino dalla città di Sweida, a maggioranza drusa, dove sono in corso violenti scontri. Israele giustifica queste operazioni come una difesa della minoranza drusa siriana contro milizie ostili e per proteggere i propri "alleati".
Tuttavia, le informazioni disponibili suggeriscono una motivazione ben più profonda: l'intervento israeliano non mira solo alla protezione dei drusi, ma piuttosto al consolidamento di obiettivi politici e militari e alla creazione di una vasta zona cuscinetto nel sud della Siria. La costituzione di un "staterello druso" nel sud della Siria, che rappresenterebbe una frammentazione del paese arabo in mini-Stati, è descritta come un "storico obiettivo di Israele". Questo si inserisce in un "disegno di Israele in Medio Oriente" che mira a "tenere la pistola puntata contro chiunque" e a "rompere ogni tregua unilateralmente". Il messaggio da parte di Tel Aviv è chiaro: lo stato ebraico è pronto a replicare ovunque il destino di Gaza e di Hamas, del Libano e degli Hezbollah. La Siria, dopo la caduta di Assad, è vista come un "campo di battaglia nella nuova spartizione del Medio Oriente".
Il silenzio e la complicità dell'Occidente
Di fronte a queste azioni aggressive e a un quadro regionale sempre più instabile, la reazione dell'Occidente è stata oggetto di severe critiche.
• Unione Europea (UE): Il "tradimento crudele e illegale" Amnesty International ha duramente condannato la decisione dell'Unione Europea di non sospendere l'accordo di associazione con Israele. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha definito questa decisione "un tradimento crudele e illegale della visione e del progetto europei", fondati sul rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Nonostante una revisione dell'UE avesse chiaramente rilevato che Israele stava violando i suoi obblighi in materia di diritti umani ai sensi dell'accordo, gli stati membri hanno scelto di mantenere in vigore un accordo commerciale preferenziale anziché rispettare i loro obblighi internazionali e "salvare vite palestinesi". Questa decisione, secondo Amnesty, verrà ricordata come "uno dei momenti più vergognosi nella storia dell’Unione Europea", avendo dato "via libera alla continuazione del genocidio nella Striscia di Gaza, dell’occupazione illegale dell’intero Territorio palestinese occupato e del sistema di apartheid contro le persone palestinesi". L'Alto rappresentante dell'UE per la politica estera, Josep Borrell, ha confermato che l'Europa ha "scelto di non punire i continui crimini di guerra di Israele e permette che il genocidio di Gaza prosegua senza sosta". Amnesty International esorta gli stati membri a intraprendere iniziative proprie, come un "embargo completo sull’esportazione di armi, attrezzature e tecnologie di sorveglianza e un divieto totale di commerci e investimenti con gli insediamenti illegali di Israele". Dieci opzioni erano state presentate ai ministri degli Esteri, inclusa la sospensione completa dell'accordo o l'embargo sulle armi, ma nessuna ha ottenuto il sostegno necessario.
• Stati Uniti (USA): Preoccupazioni flebili e supporto velato Anche la posizione degli Stati Uniti solleva interrogativi. Sebbene il Segretario di Stato americano Marco Rubio abbia espresso "seria preoccupazione" per gli attacchi israeliani in Siria, definendoli una "minaccia agli sforzi per una Siria pacifica e stabile", e abbia sollecitato il ritiro delle truppe siriane da Sweida per favorire la de-escalation, non c'è stata una condanna diretta di Israele. Anzi, l'ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, ha mostrato pubblicamente il suo sostegno al premier Netanyahu, partecipando alla sua udienza in tribunale, gesto che ha sollevato critiche per l'interferenza nella politica interna israeliana. Inoltre, le sanzioni imposte dagli USA a Francesca Albanese, esperta ONU per gli affari palestinesi, a seguito delle sue critiche alla posizione della Casa Bianca su Gaza e le sue accuse di "genocidio", sono state definite una "violazione" della sua immunità e un "pericoloso precedente". Tutto ciò suggerisce una linea di condotta americana che, pur esprimendo a tratti "preoccupazione", di fatto non esercita una pressione significativa su Israele per frenare le sue azioni militari e le sue politiche, anche quando queste contribuiscono a destabilizzare ulteriormente la regione. Persino Donald Trump, pur volendo fermare i raid di Netanyahu in Siria, sembra non essere ascoltato.
Oltre la Palestina: la "potenza militare coloniale"
Il quadro che emerge è quello di un Israele che, lungi dall'essere "l'unica democrazia del Medio Oriente", viene descritto come una "potenza militare coloniale, guidata da estremisti religiosi, senza alcun rispetto per la sovranità delle nazioni e l’esistenza di altri popoli". La "retorica israeliana sull'assistenza ai drusi è strumentale", servendo a legittimare l'intervento e l'espansione dell'influenza israeliana oltre il Golan.
In questo contesto, il continuo "genocidio strisciante di Gaza", la violazione dei diritti umani e del diritto internazionale in Palestina, e ora l'apertura di un nuovo fronte in Siria, non sono eventi isolati. Essi appaiono come parte integrante di una strategia più ampia di destabilizzazione del Medio Oriente, un progetto che, nel silenzio o nel velato assenso delle potenze occidentali, permette a Israele di agire liberamente, con conseguenze devastanti per intere popolazioni e la stabilità regionale. Le vittime, nel frattempo, "hanno diritto a ben più che parole vuote".
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