L'ipocrisia delle proteste del governo italiano contro la Svizzera
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Domenica 25 Gen 2026 · 3 minuti

Le proteste del governo italiano contro la decisione della magistratura svizzera di liberare Jacques Moretti dal carcere preventivo hanno il sapore di una parabola politica perfetta: rivelano più di quanto chi governa intendesse mostrare. Sono la finestra su un disegno che da trent’anni aleggia nelle stanze della destra italiana: piegare il potere giudiziario, addomesticarlo, trasformare la separazione dei poteri in una separazione delle carriere utile a riportare i giudici “all’obbedienza”.
La scena è surreale: il governo convoca l’ambasciatore svizzero per lamentarsi di una decisione… della magistratura svizzera. La risposta che Berna è un sonoro schiaffo istituzionale, una lezione di educazione civica impartita col candore di chi è abituato a un ordine costituzionale funzionante: “In Svizzera vale la separazione dei poteri. La politica non interferisce con la giustizia. Avete sbagliato indirizzo.”
Tradotto: se volete protestare, bussate al tribunale, non al governo. Meloni e Tajani, abituati a un’Italia in cui la riforma della giustizia serve (maldestramente) a portare pm e giudici sotto l’ala dell’esecutivo, devono aver pensato che anche oltre confine si usi lo stesso metodo. Non è così. Anzi, il contrasto mette ancora più a nudo le intenzioni nascoste dell’attuale maggioranza: non potendo sottomettere la magistratura apertamente – la Costituzione sarebbe un ostacolo troppo visibile – si tenta lo stesso risultato con strumenti indiretti, come la separazione delle carriere o lo svuotamento del CSM. Una riforma per “modernizzare”, certo. Ma modernizzare cosa? La divisione dei poteri o il modo per aggirarli?
A rendere il quadro ancora più grottesco è il coro degli ex garantisti di destra, quelli che per decenni hanno indicato la custodia cautelare come un’aberrazione liberticida. Oggi però si stracciano le vesti perché Moretti è stato scarcerato proprio sulla base dei principi che loro stessi, in Italia, stanno scolpendo nella legge: niente carcere preventivo. Se la tragedia di Crans-Montana fosse accaduta in Italia Moretti quasi certamente non sarebbe nemmeno finito in cella. Altro che cauzione.
Ma il governo sfrutta l’emotività della tragedia. Trasforma il dolore dei familiari delle vittime in combustibile politico, agitando l’idea che la scarcerazione equivalga a una sorta di assoluzione mascherata. In realtà non è così: la custodia cautelare non è una anticipazione della pena, ma uno strumento eccezionale che nulla toglie alla gravità dei fatti né alla responsabilità degli imputati. Serve solo a garantire il corretto svolgimento del processo. Punto.
La vicenda Moretti è quindi lo specchio di un governo che confonde i poteri dello Stato, che scambia la separazione delle funzioni con la subordinazione degli organi, che grida allo scandalo quando un giudice – fuori dai confini italiani – fa semplicemente il suo lavoro.
La Svizzera ha risposto con una frase asciutta, quasi banale, ma che da noi suona rivoluzionaria: “La politica non deve interferire con la giustizia.” Chissà se, fra tragedia e farsa, qualcuno a Roma l’avrà annotata.
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