La Costituzione sotto assedio: il governo che giura ma dimentica
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 20 Feb 2026 · 4 minuti

Ottant’anni fa, in un’Italia devastata dalla guerra e dalla dittatura, un gruppo di uomini e donne di straordinaria levatura morale e politica – da Alcide De Gasperi a Palmiro Togliatti, da Piero Calamandrei a Nilde Iotti – seppe scrivere una Carta costituzionale capace di tenere insieme culture diverse, visioni opposte, ideali talvolta inconciliabili. Ne uscì un capolavoro di equilibrio democratico: la Costituzione italiana.
Oggi quella Carta è formalmente intatta, ma sostanzialmente sotto attacco.
Non solo per la riforma costituzionale della giustizia, che punta a ridimensionare il ruolo della magistratura – il terzo potere dello Stato, pilastro dell’equilibrio democratico – ma per un atteggiamento politico che, giorno dopo giorno, scava sotto le fondamenta dello Stato di diritto.
L’attacco sistematico alla magistratura
Il bersaglio dichiarato è la magistratura. Ogni decisione sgradita diventa pretesto per insinuare complotti, deviazioni ideologiche, perfino sabotaggi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non perde occasione per colpire toghe e tribunali, trasformando il conflitto istituzionale in un permanente scontro politico.
L’ultimo caso riguarda l’algerino Laaleg: 23 condanne, due espulsioni mai eseguite, rimpatrio impossibile per rapporti difficili con l’Algeria e per inefficienze amministrative. Invece di affrontare con serietà il nodo politico-diplomatico, si è scelto un trasferimento in Albania, senza adeguata comunicazione e con modalità che hanno inevitabilmente aperto la strada a un ricorso legale.
Era ovvio che un avvocato chiedesse la revoca del provvedimento e il risarcimento dei danni. È il diritto di difesa, scolpito nella Costituzione. I magistrati hanno fatto ciò che la legge imponeva loro di fare: applicarla.
Eppure, ancora una volta, la colpa diventa dei giudici.
L’oltraggio alle istituzioni
Non meno grave è l’atteggiamento di membri del governo che arrivano ad accusare organismi istituzionali – presieduti addirittura dal Capo dello Stato – di adottare metodi “paramafiosi”. Parole pesanti come macigni. Parole che incrinano il rispetto reciproco tra poteri dello Stato.
Quando si delegittima un’istituzione, non si colpisce un avversario politico: si incrina la fiducia dei cittadini nello Stato.
Il “Board of Peace” e l’articolo 11
Il capitolo più inquietante riguarda la partecipazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani al cosiddetto “Board of Peace”, organismo personale di Donald Trump.
La scena è surreale: Tajani, cappellino MAGA alla mano, unico rappresentante di così alto livello tra i grandi Paesi europei, mentre altri governi mantengono un profilo molto più basso. L’Italia “osservatrice”, ma politicamente esposta.
Il problema non è la diplomazia. È l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia fra le Nazioni. Qui non siamo davanti a un organismo multilaterale riconosciuto, ma a una struttura personale, il cui vertice – unico decisore – è lo stesso Trump, figura profondamente divisiva sul piano internazionale.
Si prova a restare formalmente dentro i limiti costituzionali con lo status di “osservatore”, ma politicamente si compie una scelta netta: legittimare un’iniziativa che non nasce da un consenso internazionale condiviso, bensì dalla volontà di un singolo leader.
Non è un dettaglio tecnico. È una questione di collocazione strategica dell’Italia nel mondo.
Un giuramento tradito
Ogni ministro, ogni parlamentare, ogni membro del governo ha giurato fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione. Eppure, tra attacchi alla magistratura, tensioni con organi di garanzia e forzature diplomatiche, l’impressione è quella di un esecutivo che considera la Carta non come un limite necessario, ma come un ostacolo da aggirare.
La riforma della giustizia non appare come un intervento tecnico per migliorare il sistema, ma come il tassello finale di una strategia: ridurre l’autonomia del potere giudiziario, riequilibrare – in realtà squilibrare – i poteri a favore dell’esecutivo.
Se dovesse prevalere il “Sì”, non sarebbe solo una modifica costituzionale. Sarebbe un cambio di paradigma. Il passaggio da una democrazia fondata sull’equilibrio tra poteri a una democrazia a trazione esecutiva, dove chi governa tende a non riconoscere più contrappesi.
La Costituzione non è un ferrovecchio del Novecento. È la bussola della Repubblica. Smagnetizzarla, pezzo dopo pezzo, significa perdere l’orientamento.
E quando uno Stato perde la propria bussola costituzionale, la discesa può essere rapida. E difficile da invertire.
Non sono presenti ancora recensioni.
La tua opinione è importante per noi e ci aiuta a migliorare il servizio.
