La saga dei dreceti sicurezza: un continuo attacco alla democrazia ed alla costituzione
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 06 Feb 2026 · 4 minuti

La chiamano sicurezza, ma è un nome di comodo. Un’etichetta rassicurante appiccicata su un pacco che, una volta scartato, rivela tutt’altro contenuto: controllo del dissenso, compressione delle libertà, torsione autoritaria. Questo governo è molto abile nell'etichettare decreti e riforme in modo da nasconderne il vero significato. La riforma della giustizia che, senza dirlo, intende mettere sotto tutela della politica la magistratura, la daga dei decreti sicurezza (siamo al quarto) che non riguardano la sicurezza ma la repressione.
Il nuovo “decreto sicurezza” non sfugge a questa logica e non ha nulla a che vedere con l’aumento dei reati registrato negli ultimi due anni, né con la criminalità diffusa che incide davvero sulla vita quotidiana dei cittadini. Non interviene sulle periferie abbandonate, non rafforza la prevenzione, non investe seriamente in politiche sociali, educative o di inclusione. Insomma non fa niente per la sicurezza quella vera.. Il decreto nasce altrove: nelle piazze che protestano, nelle manifestazioni che disturbano, nel dissenso che non si riesce più a governare politicamente e allora si prova a gestire con il manganello normativo. Quello vero lo usano i poliziotti che massacrano nel silenzio generale giornalisti, anziani, e chiunque altro ad esclusione dei veri responsabili dei disordini.
Gli scontri di Torino diventano così il pretesto perfetto. Non un problema da comprendere e disinnescare, ma un’occasione da sfruttare. Non per fare sicurezza, ma per limitare le libertà costituzionali e mettere un freno alle proteste contro tre anni e mezzo di governo disastroso. Altro che tutela dei cittadini: qui si tutela il potere.
La narrazione è chiara e inquietante. La premier invoca un “approccio più duro”, accusa una parte della magistratura di doppiopesismo, si indigna per le scarcerazioni dei manifestanti. Traduzione: il problema non sono le leggi, ma chi le applica senza obbedire al clima politico del momento. La magistratura, colpevole di fare il suo mestiere, diventa un intralcio. Le garanzie costituzionali, un fastidio.
E così si rispolverano pratiche che pensavamo sepolte nei libri di storia. Il fermo preventivo di 12 ore, deciso non da un magistrato ma dalla polizia, sulla base di un “fondato motivo”. Formula vaga, elastica, pericolosa. Cambiano le parole, non la sostanza. È lo stesso meccanismo del periodo prefascista, quando i carabinieri arrestavano “preventivamente” i soggetti ritenuti sospetti prima di una visita del re, per poi liberarli a cerimonia conclusa. Oggi non c’è il re, ma c’è l’ordine pubblico elevato a feticcio.
Il parallelo con il modello ICE trumpiano non è un’esagerazione retorica: è una traiettoria. Non per niente l'Ice viene in Italia a insaputa del ministro dell'interno. Fermare, schedare, allontanare, intimidire. Non perché si è colpevoli, ma perché si è ritenuti pericolosi. Da chi? Dall’esecutivo, attraverso le sue articolazioni. Un passo dopo l’altro, la soglia dell’accettabile si sposta.
Il resto del “pacchetto” completa il quadro:
– sanzioni economiche devastanti per chi organizza manifestazioni;
– droni a sorvegliare le piazze;
– zone rosse decise dai prefetti;
– divieti di manifestare estesi nel tempo;
– resistenza passiva trasformata in reato penale (addio Gandhi, addio Luther King);
– uno scudo sempre più largo per chi usa la forza, dentro e fuori la divisa.
– sanzioni economiche devastanti per chi organizza manifestazioni;
– droni a sorvegliare le piazze;
– zone rosse decise dai prefetti;
– divieti di manifestare estesi nel tempo;
– resistenza passiva trasformata in reato penale (addio Gandhi, addio Luther King);
– uno scudo sempre più largo per chi usa la forza, dentro e fuori la divisa.
Nel mirino, per ora, c’è solo il dissenso. Gli immigrati arriveranno dopo, puntuali come sempre, in un altro decreto, con un altro nome rassicurante. La domanda, a questo punto, non è tecnica né giuridica. È politica e morale: queste norme susciteranno anche in Italia proteste diffuse, come negli Stati Uniti, oppure resteremo anestetizzati, rassegnati, convinti che “tanto non riguarda me”?
Perché la china è evidente. E la storia insegna che quando la sicurezza viene usata contro la libertà, non è mai per un tratto breve. Ancora qualche passo, e tornare indietro non sarà più una questione di volontà, ma di possibilità.
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