Meno male che Schlein c’è… e anche Fratoianni
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Lunedì 15 Dic 2025 · 4:00

Dalla kermesse di Atreju arriva un messaggio desolante per l'opposizione. Il partito di governo fa il partito di governo, occupa il palco, detta l’agenda, seleziona gli ospiti e incassa visibilità pur nella marea di falsità elargite dalla sua leader. Nulla di sorprendente. Il messaggio davvero sconfortante riguarda invece l’opposizione. O meglio: quella che, dopo ieri, somiglia sempre più a una finta opposizione.
Abbiamo assistito a una sfilata che ha dell’incredibile. Quasi tutti i leader dell’opposizione sono passati dal palco di Atreju come in una visita di cortesia e di sottomissione, dimenticando una frase che non è uno slogan da museo, ma una bussola politica e morale: “Con i fascisti non si parla, i fascisti si combattono” (Sandro Pertini). E invece no. Si parla, si sale sul palco, si legittima, si accetta il terreno di gioco dell’avversario con il partito di Fratelli d'Italia figlio ed erede del fascismo del ventennio.
Calenda, Renzi, Bonelli, perfino Conte. Tutti presenti. Tutti ordinatamente dentro la scenografia meloniana. Tutti utili – loro malgrado o meno – a rafforzare l’idea che Giorgia Meloni sia il centro naturale del sistema politico italiano, l’arbitro che concede o nega il confronto, la padrona di casa che distribuisce microfoni.
E mentre loro sfilavano, la capa camerata Giorgia Meloni faceva quello che le riesce meglio: evitare accuratamente ogni vero confronto. Nessun faccia a faccia, nessun rischio, nessuna dialettica reale. Solo monologhi e attacchi dall’alto del palco, al riparo da repliche di qualsiasi genere.
Il momento grottesco non è mancato. Matteo Renzi trascinato via di peso da Crosetto, come in una commedia dell’arte di bassa lega. Una scena che dice tutto: l’ex rottamatore ridotto a comparsa, funzionale al racconto altrui. E poi Giuseppe Conte, protagonista di una performance politicamente ancora più grave: salire su quel palco per rinnegare, di fatto, l’idea stessa di un campo progressista. Un capolavoro di ambiguità che fa solo un favore a chi governa oppure una strizzatina d'occhio per entrare a far parte anche lui dell'ammucchiata di stampo fascista ?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: Giorgia Meloni governa e governerà finché vorrà. E lo farà nonostante tutte le sue falsità e bugie in virtù soprattutto di un’assenza di un’opposizione credibile, compatta, riconoscibile. Un’opposizione che sappia dire “no” senza tentennamenti, senza calcoli di corto respiro, senza personalismi.
In questo quadro sconfortante, una nota stona – per fortuna. Elly Schlein non si è prestata alla celebrazione meloniana. Ha posto una condizione chiara e politicamente limpida: un confronto diretto con Giorgia Meloni. Niente passerelle, niente triangolazioni, niente giochi di prestigio. Un confronto vero, alla pari. La Presidente del Consiglio ha naturalmente rifiutato. Come suo solito. Ha provato la mossa della “furbetta”: trasformare il confronto in un improbabile triangolo, chiamando in causa anche Giuseppe Conte. Ma Elly Schlein ha rispedito l’invito al mittente. Una scelta netta, coerente, leggibile. E infatti, dal palco, Giorgia Meloni non ha potuto far altro che inveire contro di lei, esibendo le sue consuete capacità denigratorie verso l’avversario assente ma politicamente più presente di tutti.
Gli altri leader dell’opposizione hanno perso un’occasione storica: mostrarsi uniti nel contrastare questa maggioranza che ha radici culturali chiarissime. Invece, con Conte a fare da capofila, sono saliti sul carro di Fratelli d’Italia per poi ricevere, uno dopo l’altro, metaforici pesci in faccia. Perché Meloni non si è degnata di incontrarne nemmeno uno. Li ha usati. E poi archiviati.
A questo punto il quadro è chiaro. Toccherebbe al Partito Democratico guidare, senza se e senza ma, l’opposizione al governo. Toccherebbe al PD decidere finalmente cosa vuole essere: un partito di sinistra, come le sue origini reclamano, o un contenitore per equilibri impossibili. Con Renzi, Calenda, Bonelli e Conte non si va da nessuna parte. Non perché siano “il male assoluto”, ma perché rappresentano linee politiche incompatibili, pronte a dissolversi alla prima difficoltà o ad omaggiare il partito di maggioranza per avere un minimo di spazio su un palco che poi sarà la loro condanna. Meglio allora un’opposizione forte, riconoscibile, anche sola, piuttosto che una coalizione fragile, confusa e costantemente ricattabile.
Meno male che Schlein c’è e che c'è anche Fratoianni, se si libererà del fardello Bonelli. In mezzo a tante comparse, qualcuno che prova ancora a fare politica – quella vera – è rimasto.
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