Migranti e Libia: un altro "successo" del governo Meloni
Pubblicato in Politica internazionale · Giovedì 10 Lug 2025 · 4:00

Il governo guidato da Giorgia Meloni incassa l’ennesimo smacco sul fronte dell’immigrazione, terreno che doveva essere il fiore all’occhiello del suo mandato e che invece si sta rivelando un campo minato di contraddizioni, promesse mancate e — cosa ben più grave — dichiarazioni istituzionali smentite dai fatti.
Tutto inizia con la vicenda grottesca (e inquietante) di Ahmad Almasi, figura centrale della rete libica del traffico di esseri umani. Arrestato sul territorio italiano, Almasi è stato riconsegnato con un volo di Stato alla Libia, in un’operazione che ha sollevato più di un interrogativo sulla legalità e sulla trasparenza dell’azione. A far crollare ogni residuo di fiducia nelle versioni ufficiali è stata la surreale affermazione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che in aula ha dichiarato di non essere stato informato dell’arresto né della successiva espulsione, ma soprattutto della sua incapacità nel leggere le carte in quanto scritte in lingua inglese. Una tesi che, alla luce dei documenti e delle testimonianze emerse, appare ormai come una bugia maldestramente orchestrata: Nordio sapeva sin da febbraio che stava accadendo.
A chi pensava che la storia non potesse peggiorare, la Libia ha risposto con un gesto tanto simbolico quanto dirompente: il rifiuto di ricevere il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in missione diplomatica. Uno schiaffo in pieno volto al governo italiano, che mette in luce la realtà ormai sotto gli occhi di tutti: non è l’Italia a gestire i flussi migratori, è Tripoli a decidere quando aprire e quando chiudere i rubinetti del Mediterraneo.
La Libia, paese instabile e dilaniato da faide interne, esercita un ricatto costante sull’Italia. In cambio della “collaborazione” sui migranti, pretende soldi, silenzi e tolleranza diplomatica. Un equilibrio pericoloso e umiliante, che da anni i governi italiani — di ogni colore politico — subiscono, ma che il governo Meloni, in controtendenza rispetto alle sue promesse elettorali, ha addirittura rafforzato raccontando un sacco di frottole ai cittadini ed al parlamento.
Se è vero che anche i governi precedenti hanno avuto rapporti ambigui con la Libia, il tratto distintivo dell’esecutivo Meloni è l’enorme divario tra la propaganda e la realtà. La presidente del Consiglio aveva promesso di “fermare i barconi”, “difendere i confini”, "attuare un blocco navale" e “riprendere il controllo dell’Italia”. E invece, i numeri parlano chiaro: gli sbarchi sono aumentati, la gestione è nel caos e i provvedimenti adottati — dal decreto Cutro ai nuovi regolamenti per i CPR — sono ora sotto la lente della Corte Costituzionale per sospetta violazione dei diritti fondamentali.
Ma mentre la realtà bussa alla porta, la narrazione resta immutata: Meloni continua a negare il fallimento, come se bastasse la retorica del “governo forte” per arginare il disastro.
Il caso Almasi e la missione fantasma di Piantedosi non sono semplici scivoloni, ma elementi di una crisi istituzionale più profonda. I ministri Nordio e Piantedosi hanno mentito — consapevolmente — di fronte al Parlamento. E questo è un fatto gravissimo. In una democrazia matura, mentire all’aula comporta conseguenze. Ma qui sembra che la verità sia solo un ostacolo da aggirare.
Nel frattempo, per spostare il dibattito altrove, il governo Meloni organizza con grande enfasi la “Conferenza internazionale per la ricostruzione dell’Ucraina”, una vetrina diplomatica pensata più per le telecamere che per i risultati concreti. L’assurdità di pianificare la ricostruzione di un Paese ancora sotto le bombe è evidente, tanto quanto il rischio geopolitico: credere che la Russia di Putin rinuncerà all’Ucraina per lasciarla nelle mani dell’Europa e della NATO è, oggi, pura illusione. Ma nel frattempo si fa scena, si fanno dichiarazioni solenni, si costruisce il racconto di un’Italia protagonista.
Il fallimento nella gestione dei migranti non è un semplice inciampo: è il nodo che viene al pettine di una politica costruita sulla propaganda, ma incapace di confrontarsi con la complessità del reale. Giorgia Meloni si trova oggi esattamente dove non voleva essere: ricattata dalla Libia, delegittimata in Parlamento, inchiodata ai numeri, e sempre più lontana dalle promesse gridate in campagna elettorale. E a pagare il prezzo più alto di questa pantomima sono, come sempre, i più fragili: i migranti, i cittadini delle periferie e la credibilità delle istituzioni italiane.
Non sono presenti ancora recensioni.
