Netanyahu decide chi può avere il nucleare e chi no con la complicità dell'occidente
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Venerdì 13 Giu 2025 · 3:15

L'attacco aereo condotto da Israele contro obiettivi strategici nei pressi della capitale iraniana ha riaperto interrogativi fondamentali sulla legittimità del potere militare e sulla credibilità dell’ordine internazionale. In una notte di fuoco, l’equilibrio precario del Medio Oriente è stato ulteriormente destabilizzato da un’azione unilaterale che, se condotta da altri, sarebbe probabilmente definita come "aggressione".
Ma qui sorge la prima domanda essenziale: chi ha il diritto di stabilire se un paese possa o meno possedere l’arma nucleare? Esiste un’autorità neutrale, globale, che possa applicare questa regola in modo equo? In teoria, sarebbe l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), sotto l’egida dell’ONU. Ma nella pratica, le dinamiche sono molto più sbilanciate. Israele, ad esempio, non ha mai firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), ma si ritiene che possieda da decenni un arsenale atomico non dichiarato, protetto da un silenzio internazionale complice. L’Iran, invece, ha firmato il TNP e rivendica il diritto a un programma nucleare civile, mentre viene trattato come un potenziale criminale globale.
Il diritto alla difesa è spesso evocato dai governi occidentali per giustificare le azioni militari israeliane. Ma bombardare una capitale straniera rientra davvero in questa definizione? La legittima difesa non dovrebbe essere proporzionata, tempestiva e mirata alla neutralizzazione di un'aggressione imminente. L’attacco a Teheran – seppur in risposta a precedenti atti ostili iraniani – è stato un’azione preventiva, deliberata, e su larga scala. Difendersi, in questo contesto, sembra diventare sinonimo di colpire per primi, con la forza di chi sa di non dover rendere conto a nessuno.
Nel frattempo, le cancellerie occidentali, Italia inclusa, si affrettano a dichiararsi estranee all’operazione israeliana, ma nel contempo continuano a fornire armi e supporto tecnologico allo Stato ebraico. Non è questa una forma di complicità indiretta? Si può davvero essere neutrali quando si alimenta uno dei contendenti con bombe di precisione, sistemi radar e droni?
Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha dichiarato che “nessun italiano è coinvolto”, come se questo bastasse a dormire sonni tranquilli. Ma la sicurezza non è solo questione di passaporti: è una questione di stabilità globale, di coerenza morale e di visione geopolitica. Un attacco come questo, in un’area satura di tensioni e armi, può innescare reazioni a catena che non risparmiano nessuno, italiani inclusi.
E qui arriva un paragone tanto scomodo quanto inevitabile: Netanyahu è ancora considerabile un leader responsabile o è diventato, nel silenzio complice del mondo occidentale, più pericoloso di Vladimir Putin? Il primo bombarda una capitale straniera e viene lodato come “difensore della democrazia”; il secondo viene sanzionato, isolato, demonizzato per azioni simili. Il doppio standard è ormai un vizio sistemico della politica internazionale.
E se un giorno – poniamo il caso – il governo israeliano ritenesse che l’Italia non ha diritto ad avere centrali nucleari o tecnologie sensibili? E se decidesse che per “difendersi” è necessario colpire impianti in Sicilia o in Piemonte? Fantapolitica? Forse. Ma anche l’attacco a Teheran sembrava impensabile solo pochi mesi fa.
In un mondo dove la forza sembra aver soppiantato il diritto, le domande scomode non possono essere archiviate come provocazioni. Sono, al contrario, gli strumenti minimi di una coscienza democratica. Se davvero vogliamo vivere in un ordine internazionale fondato sulla pace, allora è urgente stabilire regole valide per tutti, senza eccezioni, senza favoritismi, senza ipocrisie.
Perché la pace non si costruisce con le bombe, ma con la coerenza.
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