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Non è una riforma della giustizia: è il controllo della magistratura

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Non è una riforma della giustizia: è il controllo della magistratura

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 20 Mar 2026 · Tempo di lettura 2 minuti


C’è un punto che sembra una sottigliezza tecnica, quasi un gioco di parole. In realtà è il cuore della questione. Quella su cui siamo chiamati a votare non è una riforma della giustizia. È una riforma dell’ordinamento giudiziario.

Tradotto: non si interviene su ciò che interessa davvero ai cittadini — tempi dei processi, accesso alla giustizia, efficienza, costi — ma su come la giustizia è organizzata e governata, cioè sulla magistratura. Eppure il racconto pubblico insiste nel chiamarla “riforma della giustizia”.
Non è un errore. È una scelta precisa.

Perché parlare di “giustizia” evoca disservizi reali, frustrazione, attese infinite. Fa leva su un disagio diffuso e legittimo. Ma questa riforma, nei fatti, non interviene su quei problemi. Agisce altrove. Agisce sugli equilibri.

Quando si modifica l’ordinamento giudiziario, si mettono mano ai rapporti tra i poteri dello Stato. Si ridefinisce il ruolo della magistratura, il suo grado di autonomia, il suo rapporto con il potere politico. Non è un dettaglio: è architettura costituzionale.

Uno dei nodi centrali è il sistema di autogoverno della magistratura. Intervenire su questo terreno significa incidere direttamente sulle garanzie di indipendenza. E quando queste garanzie si riducono, non è la magistratura a perdere qualcosa in astratto: sono i cittadini a perdere una tutela concreta.

Lo stesso vale per altri pilastri della riforma, come la separazione delle carriere. Presentata come un intervento di equilibrio, introduce in realtà una diversa idea di processo: non più ricerca della verità da parte di un soggetto pubblico imparziale, ma confronto tra parti contrapposte. Un cambiamento profondo, non neutrale.
Il punto allora diventa chiaro.

Non siamo di fronte a una riforma che migliora la giustizia. Siamo di fronte a una riforma che ridefinisce il potere della magistratura. E quando si ridefinisce un potere, qualcuno lo perde e qualcun altro lo guadagna. Per questo è importante chiamare le cose con il loro nome.

Perché qui non si discute di efficienza dei tribunali, ma di equilibrio tra i poteri dello Stato.

E gli equilibri, una volta alterati, sono difficili da ricostruire.


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