Prima il tifo poi la verità: il corto cicuito di Matteo Salvini
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Domenica 22 Feb 2026 · 2 minuti
Il caso di Rogoredo non è solo una tragica vicenda di cronaca. È diventato, in poche ore, uno strumento politico.
Subito dopo la morte di Abderrahim Mansouri, il vicepremier Matteo Salvini ha lanciato la campagna “Io sto con il poliziotto”, con gazebo e raccolte firme in tutta Italia. Ancora prima che la magistratura potesse fare il suo lavoro, era già stata emessa una sentenza politica: “senza se e senza ma”.
Il punto non è difendere o accusare un agente. Il punto è un altro. Si è usato un fatto di cronaca, ancora tutto da chiarire, come leva di propaganda contro la magistratura.
L’iscrizione nel registro degli indagati — un atto tecnico necessario per fare accertamenti — è stata subito presentata come un’ingiustizia ideologica. Addirittura collegata alla campagna per la riforma della giustizia. Il messaggio implicito: i giudici sono il problema.
Ma poi sono emersi elementi molto più complessi:
- 23 minuti prima di chiamare i soccorsi;
- incongruenze nelle versioni fornite;
- dubbi sulla dinamica dei fatti.
Dettagli che dimostrano una cosa semplice: le indagini servono proprio a questo. A chiarire. A verificare. A stabilire responsabilità.
E infatti, di fronte alle nuove informazioni, la linea del “senza se e senza ma” è diventata improvvisamente più prudente.
In uno Stato di diritto, un ministro dovrebbe attendere i fatti prima di trasformarli in slogan.
Perché quando la politica corre più veloce della verità, il rischio è grave: si delegittima chi indaga e si alimenta una narrazione utile alla campagna elettorale, non alla giustizia.
La domanda allora è semplice: vogliamo istituzioni che tifano o istituzioni che rispettano i fatti?
La cronaca non dovrebbe essere un palcoscenico. Dovrebbe essere un punto di partenza per cercare la verità.
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