Separazione delle carriere: il primo colpo di piccone alla democrazia ed allo stato di diritto
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Giovedì 05 Feb 2026 · 4 minuti

La riforma costituzionale della giustizia, sulla quale saremo chiamati a votare nel referendum del 22 e 23 marzo, viene raccontata dal governo come una battaglia epocale sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma è una narrazione fuorviante. Perché, nei fatti, questo è l’aspetto meno rilevante — e meno incisivo — dell’intera riforma.
La separazione delle carriere, infatti, esiste già. Dopo la riforma Cartabia, il passaggio da pubblico ministero a giudice (e viceversa) è consentito una sola volta nella vita professionale e comporta l’obbligo di cambiare regione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno di 30 magistrati su circa 9.000 effettuano questo passaggio. Cambiare la Costituzione per incidere su una percentuale statisticamente irrilevante è un’operazione che non reggerebbe nemmeno a un’interrogazione di educazione civica alle medie.
L’idea di pubblici ministeri “collusi” con i giudici appartiene esclusivamente alla mitologia politica della destra italiana, una narrazione che affonda le sue radici nella propaganda berlusconiana e, ancora prima, nella cultura del sospetto alimentata dalla P2. Ma i fatti raccontano tutt’altro. La realtà quotidiana dei tribunali dimostra che PM e giudici non solo non sono conniventi, ma spesso si scontrano apertamente: i primi chiedono, i secondi decidono — e non di rado decidono in senso opposto.
Un esempio lampante è sotto gli occhi di tutti. Il pubblico ministero chiede la condanna di Salvini per il caso Open Arms; il giudice lo assolve. Dov’è la sudditanza? Dov’è la famosa “giustizia a senso unico”?
Lo stesso copione si ripete a Torino. I pubblici ministeri chiedono il carcere per tre arrestati dopo i disordini; il giudice dispone i domiciliari e l’obbligo di firma. Ancora una volta, i giudici danno torto ai PM. Esattamente ciò che, secondo la propaganda governativa, dovrebbe diventare possibile solo dopo la separazione delle carriere. E allora la domanda è inevitabile: di cosa stiamo parlando?
Qui emerge la contraddizione insanabile della destra. Da un lato chiede la separazione delle carriere perché — a suo dire — i giudici darebbero sempre ragione ai PM. Dall’altro, ogni volta che un giudice smentisce un PM, scatta l’indignazione, l’insulto, la delegittimazione della magistratura. Qualunque cosa accada, il problema resta sempre la magistratura. Un riflesso pavloviano che rasenta il paradosso, se non qualcosa di clinicamente più serio.
Le dichiarazioni dei leader del fronte del Sì lo confermano. Salvini parla di “dovere morale” nel votare Sì perché alcuni arrestati sono tornati in libertà: sentirlo evocare la morale strappa più di un sorriso. Gasparri gli fa eco con toni altrettanto scomposti. Ma nessuno dei due spiega come la separazione delle carriere dovrebbe impedire a un giudice di applicare la legge così com’è. Perché è di questo che si tratta: non di ideologia, ma di norme vigenti.
Ed è proprio qui che il castello narrativo crolla. Se i giudici assolvono, scarcerano o ridimensionano le richieste dei PM già oggi, a carriere unite, allora la riforma non serve a correggere nessuna stortura reale. Serve ad altro.
La verità è che l’obiettivo della riforma non può essere dichiarato apertamente negli articoli della Costituzione che si vogliono modificare, ma è fin troppo chiaro nei suoi effetti: indebolire l’autonomia della magistratura e avvicinarla al controllo dell’esecutivo. È lì che porta questa riforma, se supererà il referendum. Ed è lì che la democrazia comincerà davvero a vacillare.
Non stupisce, allora, che la campagna per il No venga alimentata — spesso inconsapevolmente — proprio da chi dovrebbe sostenere il Sì. È una partita ad armi impari: la miglior propaganda contro la riforma la fanno ogni giorno i suoi stessi promotori. E chi ha ancora un minimo di senso critico non può che accorgersene.
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