Si separano le carriere ma non quelle dei politici: il caso dell'avvocato Bongiorno
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 30 Gen 2026 · 3 minuti

C’è un punto, nella vita delle istituzioni, in cui la realtà smette di essere semplicemente contraddittoria e diventa grottesca. Il caso della senatrice-avvocata Giulia Bongiorno che assume la difesa del colonnello dei Carabinieri Lorenzo Sabatino nel processo Cucchi-ter appartiene esattamente a questa categoria: non uno scandalo giudiziario in senso stretto, ma uno scandalo istituzionale, culturale e politico. Un corto circuito così clamoroso da far saltare i fusibili della credibilità democratica.
Il fatto, nudo e crudo, è noto. Stefano Cucchi muore nel 2009 dopo il suo arresto. Anni di processi, depistaggi, silenzi, versioni contraddittorie. Alla fine, la giustizia accerta responsabilità gravissime, non solo per le violenze, ma anche per chi ha cercato di sviare le indagini. Tra questi, il colonnello Sabatino, condannato in appello a un anno e tre mesi. In Cassazione, la sua difesa viene assunta da Giulia Bongiorno: avvocata di fama, ma anche senatrice della Repubblica, presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama.
Ed è qui che il diritto formale smette di coincidere con la decenza istituzionale.
Nessuna legge vieta alla Bongiorno di farlo. Nessuna norma le impedisce di essere, al mattino, legislatrice e, al pomeriggio, difensora in un processo in cui lo Stato è parte civile. Ma proprio questo è il punto: se una democrazia si accontenta del “non è vietato”, ha già rinunciato a interrogarsi su ciò che è opportuno, giusto, credibile.
Nel processo Cucchi, infatti, sono parte civile la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministero dell’Interno, il Ministero della Difesa e l’Arma dei Carabinieri. Tutti soggetti che chiedono la condanna dell’ufficiale imputato. Dall’altra parte del banco, a difenderlo, siede una senatrice della Repubblica. Una rappresentante dello Stato che, in aula, combatte contro lo Stato. Non come metafora, ma come fatto processuale.
È uno scherzo? No. È peggio: è un cortocircuito istituzionale perfettamente legale.
Il paradosso diventa ancora più inquietante se collocato nel contesto politico attuale. Il governo discute e promuove una riforma costituzionale per separare le carriere dei magistrati, dipingendo come intollerabile la promiscuità tra chi accusa e chi giudica. Si invoca la purezza delle funzioni, la necessità di evitare anche solo il sospetto di condizionamenti. Tutto nobile, almeno in teoria. Poi la pratica è totalmente diversa almeno per quanto riguarda i "nostri" rappresentanti in parlamento.
Una vergogna istituzionale ed uno dei tanto motivi per i quali è necessario VOTARE NO A QUESTA RIFORMA che ha l'unico obiettivo di mettere in atto una guerra senza quartiere alla magistratura e sottometterla alla politica.
Separare le carriere dei magistrati senza separare le “due Bongiorno” – la parlamentare e l’avvocata – non è una riforma: è un’ipocrisia. E il vero scandalo non è che tutto questo sia illegale. È che sia diventato accettabile.
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