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Torino e i disordini annunciati: quando il caso diventa una strategia di governo

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Torino e i disordini annunciati: quando il caso diventa una strategia di governo

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Pubblicato in Politica interna · Lunedì 02 Feb 2026 · Tempo di lettura 5 minuti


L’Italia ha una memoria corta. Ma, per fortuna, oggi esiste la rete: un enorme archivio collettivo che riporta a galla fatti, dinamiche, strategie già viste. E quando la storia bussa di nuovo alla porta, fingere di non riconoscerla diventa sempre più difficile.
Con l’ascesa al potere della destra più regressiva che il Paese abbia conosciuto dalla caduta del fascismo, le manifestazioni di protesta si sono moltiplicate. Non è un’anomalia: è una conseguenza quasi automatica delle politiche di qualunque governo di destra, da sempre più attento agli interessi delle imprese che a quelli dei lavoratori. Ma quando la destra al governo è quella reazionaria e identitaria incarnata da Fratelli d’Italia e Lega, lo scontro sociale non può che inasprirsi fino a livelli pericolosi.

Da circa tre anni assistiamo a uno schema che si ripete con inquietante regolarità. Ogni manifestazione, qualunque sia la sua natura o le sue rivendicazioni, finisce allo stesso modo: un gruppetto di facinorosi entra in scena sul finale, quando i riflettori dovrebbero restare puntati sui contenuti della protesta. Vetrine infrante, cassonetti in fiamme, auto danneggiate, aggressioni. A Torino, l’ennesimo copione: un poliziotto lasciato solo, circondato e picchiato da un branco di giovani violenti. Un episodio gravissimo, che merita condanna senza se e senza ma. Ma fermarsi all’indignazione è fin troppo comodo.

Perché questo schema non è nuovo. Negli anni ’60 e ’70 accadeva esattamente la stessa cosa: proteste legittime, spesso di massa, svuotate di senso da violenze “di contorno” che finivano per delegittimare tutto. Anche allora qualcuno sollevò dubbi. Dubbi che, anni dopo, trovarono una conferma pesantissima nelle parole di Francesco Cossiga. Lo stesso Cossiga che, da ministro dell’Interno, ammise l’uso di agenti provocatori infiltrati nelle manifestazioni con il compito di alimentare scontri e tensioni.
La logica era chiara: lasciare che la violenza esplodesse — o addirittura favorirla — per ottenere due risultati politici fondamentali. Primo: rendere l’opinione pubblica più indulgente verso interventi repressivi delle forze dell’ordine. Secondo: creare il clima “giusto” per far passare leggi restrittive delle libertà fondamentali. Una strategia sporca, ma terribilmente efficace.

E attenzione: nemmeno negli anni più bui, quando il terrorismo delle Brigate Rosse colpiva al cuore lo Stato, si arrivò a ipotizzare provvedimenti liberticidi come quelli che oggi vengono evocati con disarmante leggerezza.
Oggi siamo davvero sicuri che tutto ciò sia solo frutto del caso? Possibile che in ogni manifestazione compaia puntualmente lo stesso copione? Possibile che non esistano strumenti di prevenzione? Possibile che un agente venga lasciato isolato, senza protezione, in mezzo a una situazione palesemente fuori controllo? Possibile che ci si “accorga” del problema solo quando il caos è già esploso?

Pensare che dietro tutto questo non ci sia una strategia politica è, francamente, ingenuo. Questa maggioranza non ha alcun interesse a prevenire i disordini. Al contrario, ha un interesse enorme a lasciarli accadere per poi usarli come clava contro l’opposizione, contro la magistratura e, guarda caso, proprio in un delicato momento referendario.
Giorgia Meloni e i suoi non perdono occasione per trasformare episodi di violenza in propaganda. I responsabili vengono immediatamente etichettati come “comunisti”, “di sinistra”, automaticamente collegati alle opposizioni, nonostante la condanna unanime delle violenze e l’assenza totale di prove di affiliazione politica. Un riflesso pavloviano, utile solo a costruire un nemico.

Ancora più grave è l’interferenza diretta sul lavoro della magistratura. La Presidente del Consiglio si permette di suggerire pubblicamente il capo d’accusa: tentato omicidio. Un gesto ipocrita e indegno, che strumentalizza i poliziotti feriti per indicare ai giudici che cosa dovrebbero fare. Un assaggio inquietante di ciò che potrebbe accadere se passasse la riforma della giustizia: magistratura asservita alla politica, Costituzione svuotata, democrazia ridotta a simulacro.
Salvini completa il quadro chiedendo pene “più che l’ergastolo”. O ignora il diritto penale, o finge di ignorarlo: oltre l’ergastolo esiste solo la pena di morte, che il nostro ordinamento non prevede. Meloni indica i reati, Salvini indica le pene: a questo punto, la magistratura può anche essere abolita per decreto.

E poi c’è Crosetto, che agita lo spettro di una nuova stagione di Brigate Rosse. O non conosce la storia, o la conosce benissimo e la usa come spauracchio per preparare il terreno ai prossimi provvedimenti repressivi.

Conclusione: davvero c’è ancora qualcuno disposto a credere che questi disordini, puntuali come un orologio svizzero, siano solo frutto del caso? O non è forse più realistico pensare che qualcuno stia lasciando che il fuoco divampi, per poi presentarsi come l’unico pompiere possibile, armato di leggi liberticide e propaganda autoritaria?


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