Trump il nuovo Hitler, il vero seminatore di odio
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Mercoledì 24 Set 2025 · 3:00

Donald Trump, appena dopo i funerali del senatore Kirk e il suo intervento fiume all’Assemblea generale dell’ONU, ha mostrato il suo volto più autentico: uno spargitore di odio. Non lo ha neppure nascosto: “Io odio i miei avversari”, ha dichiarato senza esitazione. Una frase che, più di qualsiasi analisi, svela chi siano oggi i veri seminatori d’odio a livello mondiale: la destra più estrema, che negli Stati Uniti ha il volto arancione del tycoon e in Italia trova una degna rappresentanza nella presidente del Consiglio Giorgia Meloni, pronta a tradurre in gesti e parole quella stessa retorica dell’avversario come nemico da abbattere.
All’ONU Trump ha ignorato la regola dei quindici minuti parlando per quasi un’ora, come se l’assemblea internazionale fosse un comizio elettorale. In quei 57 minuti ha inanellato fake news e provocazioni: ha rivendicato la fine di sette guerre inesistenti, ha negato il cambiamento climatico celebrando un improbabile “CO₂ pulito e bello”, ha rilanciato falsità sull’autismo e attaccato chiunque: ONU, NATO, Europa, ambientalisti, Joe Biden, il sindaco di Londra, i migranti, fino a lodare l’amico Bolsonaro. Nessuno si è alzato per interromperlo. Silenzio. Quello stesso silenzio che negli Stati Uniti accompagna da anni il suo crescendo di menzogne e violenza verbale, come se la società fosse anestetizzata dall’odio trumpiano.
Il parallelo con il passato è inquietante. Nel 1946 il filosofo Max Picard, in Hitler in noi stessi, spiegava come le masse potessero adorare un personaggio repulsivo: frammentazione della coscienza, bombardamento mediatico, disconnessione. Picard descriveva la radio come strumento che “presenta le cose in modo che fin dall’origine non siano collegate tra loro e pertanto si dimentichino una dopo l’altra”. Sostituite “radio” con “social network” e l’analisi resta identica: una società stordita da messaggi continui, incapace di distinguere vero e falso, bene e male.
Trump è il perfetto “dittatore del momento”: appare, urla, rilancia. Ogni sua uscita è un colpo di tamburo che sovrasta il pensiero critico. Così come Hitler inscenava gesti di potere per dimostrare di meritare il potere già ottenuto, Trump moltiplica comizi e provocazioni per darsi un’apparenza di inevitabilità. Picard lo aveva previsto: “Il grido che non empie il tempo ma soltanto lo spazio” diventa l’azione stessa.
E mentre i media inseguono l’ennesima sparata – dai dazi folli alle deportazioni di massa di migranti e persino palestinesi – ogni scandalo cancella il precedente. Il meccanismo è puramente meccanico: ciò che ieri era inaccettabile oggi è già dimenticato. È la banalità del male nella sua versione digitale.
Non è un problema solo americano. La destra radicale europea, Meloni inclusa, si abbevera alla stessa fonte. Le stesse posture, lo stesso linguaggio dell’odio, la stessa teatralità del potere. In un’Europa che sembra aver smarrito la sua anima pacifista, queste voci trovano terreno fertile.
Serve una nuova etica politica, capace di sottrarre le persone a questa ipnosi del momento. Perché, come ammoniva Picard, “il mondo è disgregato, gli oggetti passano slegati di fronte all’umanità sconnessa”. Se non vogliamo risvegliarci in un incubo già scritto, dobbiamo riconoscere il Trump in noi stessi e spegnere l’eco di quel grido prima che diventi irreversibile.
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