Un’altra riforma costituzionale sbagliata: quando il potere teme la democrazia
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 16 Gen 2026 · 3 minuti

In Italia sembra impossibile affrontare una riforma costituzionale senza trasformarla nell’ennesimo referendum sul governo di turno. È successo nel 2006 con Berlusconi, nel 2016 con Renzi e accade di nuovo nel 2026 con la riforma della giustizia voluta da Giorgia Meloni. Il problema non è solo nel merito, ma soprattutto nel metodo: una Costituzione non si riscrive a colpi di maggioranza, né si impone dall’alto come un atto di forza. Dovrebbe nascere in Parlamento, con un confronto vero e un ampio consenso, perché la Carta è la casa comune, non il trofeo del vincitore.
Invece la riforma del governo Meloni è stata confezionata senza alcuna condivisione con l’opposizione e senza che il Parlamento potesse modificarla. Ne consegue che il referendum di primavera non sarà un dibattito sul sistema giudiziario, ma un giudizio politico sull’esecutivo, come ormai da copione. Una distorsione che si ripete e che svuota il senso dello strumento referendario.
A peggiorare il quadro, il blitz della maggioranza che – subito dopo l’approvazione in Aula – ha depositato per prima le firme per indire il referendum. Una mossa mai vista, che appare studiata solo per accelerare i tempi, ridurre lo spazio del confronto e impedire una campagna informativa adeguata. Un gesto che, pur restando nei limiti formali della legge, mostra una certa insofferenza verso il corretto funzionamento democratico.
La risposta dei cittadini, tuttavia, c’è stata: 15 promotori hanno raccolto 500 mila firme in venti giorni per chiedere più tempo e difendere il diritto alla conoscenza. Ma il governo ha tirato diritto, fissando la consultazione il 22 e 23 marzo, nel momento meno favorevole alla partecipazione e alla comprensione del tema. Una scelta che tradisce la paura di un dibattito pubblico informato, perché un confronto sincero metterebbe a nudo i limiti di una riforma considerata da molti inutile e potenzialmente pericolosa.
E allora, ancora prima di entrare nel merito, basta guardare alla procedura: una riforma nata in solitudine, imposta con arroganza, difesa con furbizie regolamentari. Una riforma che non unisce, non convince, non spiega. Una riforma che rischia di diventare l’ennesimo tentativo di piegare la Costituzione agli interessi di chi governa oggi.
Per questo, come già accaduto nel 2006 e nel 2016, è facile prevedere quale potrebbe essere il destino finale: essere rimandata al mittente. Non per pregiudizio ideologico, ma perché la democrazia – quella vera – non può accettare scorciatoie, forzature e impazienze autoritarie travestite da riformismo.
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