Un decreto (in)sicurezza: tra incostituzionalità, inefficacia e derive autoritarie
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Mercoledì 16 Apr 2025 · 3:15

Il decreto sicurezza, entrato in vigore da pochi giorni, mostra già tutte le crepe di una norma affrettata, disomogenea e profondamente discutibile tanto sul piano costituzionale quanto su quello dell’efficacia pratica per non parlare della deriva autoritaria messa in atto fin dalla sua approvazione. Il governo trasforma il disegno di legge in decreto, pur non essendo presenti i requisiti dell'urgenza ed il ministro dell'interno Piantedosi non ha alcun ritegno di dichiarare che il governo non poteva aspettare i tempi del Parlamento. Siamo ben oltre le peculiarità del decreto siamo in una piena atmosfera da regime e chi conosce la storia sa benissimo che il Parlamento è un ostacolo per chi ha mire autoritarie come questo governo di stampo fascista. Il decreto fra le altre criticità presenta ampi spazi di incostituzionalità oltre ad essersi dimostrato totalmente inefficace a contrastare quelli che avrebbero dovuto essere le problematiche da affrontare.
La prima potenziale bocciatura potrebbe arrivare già il 26 maggio, quando la giudice Ilaria Simi de Burgis dovrà decidere se rinviare alla Corte costituzionale la questione sollevata dagli avvocati Losco e Straini: al centro del caso, un reato di resistenza aggravata – introdotto dal decreto – contestato a un giovane fermato dopo un alterco con la polizia. Il problema? L’assenza di motivazioni concrete di straordinaria necessità e urgenza, un requisito essenziale per la legittimità dei decreti-legge ai sensi dell’art. 77 della Costituzione.
Il preambolo del testo, denunciano i legali, non fornisce alcun fondamento fattuale alla decretazione d’urgenza, limitandosi a enunciare titoli e obiettivi senza giustificare la sottrazione del provvedimento al dibattito parlamentare. È un precedente pericoloso: si sostituisce al lento ma necessario confronto democratico la scorciatoia autoritaria dell’urgenza immotivata. La Corte costituzionale ha già bocciato in passato decreti simili (sentenza n. 171/2007), ribadendo che i tempi parlamentari non possono giustificare un decreto-legge.
Ma non è solo una questione di forma. Il contenuto stesso del decreto è un mosaico incoerente, in cui norme su terrorismo, criminalità organizzata, cannabis light, carceri, forze dell’ordine e usura si accavallano senza coerenza sistemica. Una “giungla normativa” che ha già disorientato questure, imprenditori e operatori del settore legale della canapa, ora esposti a danni economici enormi per via della mancanza di un regime transitorio.
La criminalizzazione della cannabis light, in aperto contrasto con la giurisprudenza della Cassazione e con il diritto europeo, è solo la punta dell’iceberg. Il decreto inasprisce pene, introduce 14 nuove fattispecie incriminatrici e mina ogni logica di proporzionalità. Punire la resistenza passiva nei Cpr e nelle carceri come se fosse violenza fisica è una scelta regressiva che, come denuncia l’Associazione Nazionale Magistrati, “produce effetti criminogeni” e svuota il senso stesso del diritto penale come extrema ratio.
Nel frattempo, l’annuncio di “ulteriori misure” da parte del ministro Piantedosi alimenta un clima di perenne emergenza e di crescente militarizzazione del sociale, mentre le condizioni carcerarie restano drammatiche, senza un solo euro destinato a misure alternative o al rafforzamento della magistratura di sorveglianza.
Il risultato? Una norma repressiva, ideologicamente orientata, che sacrifica i diritti fondamentali sull’altare di un consenso di pancia. Mentre si criminalizzano marginalità e dissenso, si azzerano anni di dibattito parlamentare, si colpiscono attività legali, e si disegnano scenari sempre più autoritari.
La sostanza risiede nel fatto che sia arrivato il tempo, prima che sia troppo tardi, di reagire, anche con forme di disobbedienza civile, ricorsi e – perché no – un referendum abrogativo. Perché la sicurezza non si costruisce a colpi di decreto, ma attraverso la legalità, la giustizia sociale e il rispetto della Costituzione.
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