La Costituzione non si piega alla maggioranza: VOTARE NO significa salvare la democrazia
Pubblicato in Politica interna · Sabato 14 Mar 2026 · 3:45

Il primo motivo che dovrebbe spingere a votare NO nel referendum sulla riforma costituzionale della giustizia non riguarda tanto i contenuti della riforma. Su quelli, tra l’altro, non è facile orientarsi: si tratta di meccanismi complessi, il cui impatto reale sulla macchina della giustizia non è immediatamente comprensibile per la maggior parte dei cittadini. Il vero problema è come si è arrivati a questa riforma.
La nostra Costituzione è nata in un momento storico straordinario. Dopo la tragedia della guerra e della dittatura fascista, tutte le forze democratiche del paese si riunirono per scrivere insieme le regole della nuova Repubblica. Naturalmente furono esclusi i fascisti: non era pensabile affidare la costruzione di una democrazia a chi aveva imposto per vent’anni un regime autoritario. Ma proprio perché la Costituzione sarebbe diventata la madre di tutte le leggi, il patto fondamentale della convivenza civile, fu considerato essenziale che alla sua stesura partecipassero tutte le forze democratiche.
Per garantire che questo spirito rimanesse anche nel futuro, i padri costituenti introdussero una regola molto chiara: l’articolo 138 della Costituzione. Secondo questa norma, una modifica costituzionale deve essere approvata con una maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento. Se questa larga convergenza non si realizza, la riforma deve essere sottoposta al giudizio dei cittadini attraverso un referendum popolare. È una regola di equilibrio: le modifiche alla Costituzione non dovrebbero mai essere il risultato della volontà di una sola maggioranza politica, ma il frutto di un consenso il più possibile ampio.
Non è un caso che uno dei padri costituenti più autorevoli, Piero Calamandrei, sostenesse con grande chiarezza che, quando il Parlamento discute di una riforma costituzionale, i banchi del governo dovrebbero restare vuoti. Il senso di questa affermazione era semplice: la Costituzione appartiene al Parlamento e al popolo, non al governo del momento.
Ed è qui che nasce il problema della riforma attuale.
Questa riforma non solo è stata proposta dal governo, ma è stata sostanzialmente scritta dal governo. Durante il passaggio parlamentare sono stati respinti tutti gli emendamenti dell’opposizione, arrivando all’approvazione finale con lo stesso testo predisposto dal governo. Un percorso che appare molto lontano dallo spirito con cui fu scritta la Costituzione.
Ma c’è di più.
Per evitare la raccolta delle firme necessarie a chiedere il referendum, la maggioranza si è affrettata a promuoverlo direttamente, formulando un quesito che molti hanno giudicato fuorviante e poco chiaro. Solo l’iniziativa di cittadini e associazioni, che hanno comunque raccolto le firme previste, ha evitato che il referendum si svolgesse su un quesito di parte.
Ecco perché, prima ancora di discutere nel merito della riforma, il metodo utilizzato dovrebbe far riflettere. Se il Parlamento non è stato capace – o gli è stato impedito – di trovare un accordo ampio su una modifica della Costituzione, come invece richiede lo spirito dell’articolo 138, perché scaricare sui cittadini la responsabilità di una decisione così complessa ? Cittadini che per la maggioranza non hanno gli strumenti per valutare l'impatto della riforma sulla vita democratica del paese.
Il rischio è evidente: il Parlamento non trova una sintesi e la decisione viene scaricata sugli elettori, chiamati a pronunciarsi su un tema tecnico e dalle conseguenze potenzialmente molto profonde. In passato anche altri governi hanno tentato riforme costituzionali molto ambiziose – basti ricordare quelle promosse da Silvio Berlusconi e da Matteo Renzi. In quei casi, però, il Parlamento riuscì comunque a intervenire sui testi con modifiche e correzioni. E comunque quelle proposte furono bocciate dai rispettivi referendum.
Oggi la sensazione è diversa: il Parlamento appare ridotto a ratificare decisioni già prese altrove. Per questo motivo il referendum diventa anche un giudizio sul metodo con cui si cambiano le regole fondamentali della nostra democrazia.
Ed è per questo che votare NO non significa solo respingere le modifiche della Costituzione, ma anche dare un segnale netto al governo che la sua politica autoritaria non è in linea con una Costituzione che garantisce la democrazia..
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