Decreti sicurezza: ovvero una specie di serie TV
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Martedì 21 Apr 2026 · 2:00

C’è una nuova unità di misura della politica italiana: il “decreto sicurezza a ripetizione”. Dopo il terzo pensavamo fosse una trilogia, dopo il quarto iniziamo a sospettare una serie TV. Titolo provvisorio: “Urgenza permanente”.
Il governo guidato da Giorgia Meloni ha infatti scoperto un curioso fenomeno fisico-istituzionale: l’urgenza che non passa mai. Una specie di raffreddore legislativo cronico. La Costituzione direbbe che i decreti servono per casi straordinari, ma qui siamo ormai alla routine: come il caffè la mattina, solo con meno aroma democratico.
Poi arrivano i contenuti, e lì si passa dalla routine alla creatività. L’idea di premiare l’avvocato che convince il proprio assistito immigrato ad accettare il rimpatrio è geniale… nel senso in cui lo sarebbe proporre un bonus al medico che persuade il paziente a non curarsi. Una piccola rivoluzione del diritto: l’avvocato non difende più, orienta. Magari con incentivo. Un po’ consulente, un po’ promoter.
Naturalmente, quando qualcuno fa notare che forse – giusto forse – c’è qualche problema con la Costituzione, ecco che entra in scena il grande classico: la colpa è dei giudici. Non delle leggi scritte male o in fretta, ma di chi si ostina a leggerle. Una sorta di critica letteraria applicata al diritto: “non è il testo che è sbagliato, è l’interpretazione che è troppo precisa”.
A questo giro è dovuto intervenire persino Sergio Mattarella, che nel sistema italiano ha un ruolo un po’ ingrato: quello di ricordare che le regole esistono. Una funzione che diventa particolarmente fastidiosa quando qualcuno sogna di semplificarle… eliminando i controlli.
Nel frattempo, mentre si discute di premierato, prende forma un “premierato di fatto”: meno dibattito, più decreti; meno Parlamento, più urgenze miracolose; meno equilibrio, più decisionismo. Una dieta istituzionale che promette rapidità, ma rischia di lasciare senza nutrienti democratici.
In fondo, il messaggio è semplice: se non riesci a cambiare la Costituzione, puoi sempre provare a ignorarla. Un po’ come chi non supera l’esame e decide di riscrivere il programma… a posteriori.
Resta solo una domanda: quanto può durare una democrazia in cui l’eccezione diventa la regola?
Perché, a forza di decreti “urgenti”, il rischio è che l’unica vera urgenza diventi ricordarsi perché esiste una Costituzione.
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