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Il mese nero di Giorgia Meloni

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Il mese nero di Giorgia Meloni

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Giovedì 23 Apr 2026 · Tempo di lettura 2:15

Si chiude così, con l’ennesimo flop, un mese che racconta più di mille slogan. Solo poche settimane fa si votava per il referendum sulla giustizia: doveva essere una prova di forza, si è trasformata nell’ennesimo segnale di debolezza.

Ma non è un episodio isolato. È un filo rosso che attraversa quattro anni di governo: autonomia differenziata mai realizzata, ponte sullo Stretto fermo agli annunci, tasse che non scendono (anzi, pressione fiscale oltre il 43%), riforma della giustizia incompiuta. Sul piano internazionale, gli “alleati forti” si sono dissolti; su immigrazione e sicurezza, tanta propaganda e risultati che raccontano altro: più morti in mare, meno rimpatri, città percepite come meno sicure.

E poi arriva il colpo più pesante: il mancato rientro sotto il 3% del rapporto deficit/PIL. Non un dettaglio tecnico, ma una linea simbolica e politica. L’Italia resta dentro la procedura di infrazione per uno 0,1%. Uno scarto minimo, ma politicamente devastante.
La spiegazione è già pronta: colpa del passato, del superbonus, di chi c’era prima. Una narrazione che però non regge più. Dopo anni al governo, continuare a guardare nello specchietto retrovisore è più un’ammissione di debolezza che una giustificazione.
Perché i numeri raccontano altro. Quello 0,1% che manca non è un mistero: coincide con scelte ben precise.

Circa 680 milioni per i centri per migranti in Albania: una operazione costosa, inefficiente, simbolica più che utile, con strutture vuote e costi pieni.
12 miliardi aggiuntivi per la spesa militare solo nell’ultimo anno, con l’obiettivo di salire fino al 2,5% del PIL e, nel tempo, verso il 5%.
13,5 miliardi destinati al ponte sullo Stretto, un’opera ancora incerta tra ostacoli tecnici, ambientali e finanziari, ma già pesante nei conti pubblici.

Altro che eredità del passato: qui siamo di fronte a scelte politiche attuali, che hanno inciso direttamente sul risultato.
Nel frattempo il quadro economico peggiora: produzione industriale in calo da anni, rischio concreto di non completare il PNRR, crescita debole, e una situazione internazionale che pesa ma che non può diventare l’alibi universale.
Alla fine, il bilancio è semplice: molta propaganda, pochi risultati. E quando i conti non tornano, si cambia il racconto. O magari si prova a cambiare le regole del gioco, come la legge elettorale.
Il problema è che la realtà, prima o poi, presenta il conto. E quello, a differenza degli slogan, non si può riscrivere.


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