Ottant'anni dopo: l'Europa dimentica la lezione della sua storia
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Giovedì 18 Giu 2026 · 3 minuti

Per ottant'anni l'Europa ha costruito la propria identità attorno a un principio semplice ma rivoluzionario: dopo le tragedie del Novecento, la dignità umana doveva essere il fondamento della politica. Dalle macerie, dalla guerra, dei totalitarismi e dei campi di concentramento nacque un progetto che metteva al centro i diritti, lo stato di diritto, la solidarietà e la tutela delle persone più deboli.
Oggi quel progetto sembra incrinarsi. Ed è singolare che quel progetto sia preso a picconate proprio dal governo del paese che era stato uno dei promotori in quanto uno delle principali vittime di quella stagione nazifascista.
Con l'approvazione del nuovo Regolamento europeo sui rimpatri, il Parlamento europeo ha compiuto una scelta che trasforma radicalmente l'approccio dell'Unione al fenomeno migratorio.
I punti più controversi sono noti:
- possibilità di trasferire migranti irregolari in centri situati in Paesi terzi;
- detenzione amministrativa fino a 24 mesi, prorogabile ulteriormente;
- rafforzamento del ruolo operativo di Frontex nelle espulsioni;
- accordi con Stati extraeuropei anche in presenza di criticità sul rispetto dei diritti umani.
Si tratta di misure che vengono presentate come necessarie per garantire sicurezza e controllo delle frontiere. Ma una domanda resta inevasa: fino a che punto una democrazia può comprimere i diritti fondamentali senza perdere una parte della propria anima ? Purtroppo oggi quella anima in Europa non esiste più.
I nuovi centri di trattenimento previsti fuori dai confini dell'Unione non sono certamente paragonabili ai lager nazisti. Sarebbe storicamente falso affermarlo. Ma richiamano una logica tipica del nazismo e che l'Europa aveva giurato di non ripetere: allontanare il problema dagli occhi dei cittadini, confinare esseri umani in luoghi separati, sospendere per lunghi periodi libertà fondamentali nei confronti di persone che non hanno commesso reati penali.
È una deriva che inquieta e che dovrebbe preoccupare tutti i cittadini che hanno a cuore la democrazia.
L'aspetto forse più simbolico di questa svolta è il ruolo dell'Italia.
Il Paese che contribuì a fondare l'Europa unita, che uscì dalla dittatura fascista scegliendo la democrazia, che inserì nella propria Costituzione il ripudio della guerra e la tutela dei diritti umani, oggi viene indicato come modello per l'esternalizzazione delle frontiere. Il cosiddetto "modello Albania", nato come esperimento nazionale, diventa ora una possibile linea guida per l'intera Unione.
Giorgia Meloni rivendica questo risultato come una vittoria politica. Ma c'è da chiedersi se sia davvero un successo esportare un sistema che sposta lontano dai nostri confini persone che cercano protezione o una vita migliore, affidandole a Paesi terzi spesso privi delle stesse garanzie democratiche europee.
La questione migratoria esiste. Nessuno può negarlo. I flussi vanno governati, non subiti. Ma governare non significa rinunciare ai principi. Se oggi l'Europa sceglie una strada diversa, non sta semplicemente cambiando le proprie politiche migratorie. Sta cambiando se stessa.
E la domanda che dovremmo porci tutti è una sola: quando avremo sacrificato i nostri valori per sentirci più sicuri, saremo davvero più sicuri o semplicemente meno liberi?
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