Il processo mediatico contro Sigfrido Ranucci ovvero il garantismo a fasi alterne
Pubblicato in Politica interna · Domenica 12 Lug 2026 · 3 minuti

Prima di tutto, una precisazione necessaria. Nel nostro ordinamento non esistono i "garantisti". Esiste la Costituzione italiana, che all'articolo 27 stabilisce un principio semplice e fondamentale: nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva. Per questo motivo, quando un politico sente il bisogno di definirsi "garantista", non sta proclamando una particolare virtù: sta semplicemente dichiarando di rispettare la Costituzione. Dovrebbe essere la normalità, non uno slogan da esibire quando fa comodo. Il problema è che, nella politica italiana, il garantismo è diventato un concetto a geometria variabile. Vale per gli amici, ma non per gli avversari. Così, a seconda del colore politico dell'indagato, gli stessi che ieri invocavano la presunzione d'innocenza oggi emettono sentenze definitive senza attendere nemmeno un processo.
Il caso di Sigfrido Ranucci è emblematico.
Il punto centrale dovrebbe essere uno solo: chi ha collocato un ordigno sotto la sua abitazione e con quale obiettivo? E invece il dibattito si è spostato altrove. L'attenzione non è più rivolta agli autori dell'attentato, ma alla figura della vittima, trasformata improvvisamente in imputato. Il motivo? L'amicizia con Valter Lavitola, personaggio dal passato giudiziario ben noto. È certamente legittimo discutere della leggerezza con cui un giornalista sceglie le proprie frequentazioni. Si può ritenere che Ranucci abbia commesso un errore di valutazione. Ma un errore di giudizio nelle amicizie non equivale a organizzare un attentato, né costituisce una prova di complicità. Anche Lavitola, peraltro, è oggi un indagato: sarà la magistratura a stabilire eventuali responsabilità. Eppure questo sembra bastare per costruire un processo mediatico che coinvolga automaticamente anche Ranucci.
Il paradosso è evidente. La responsabilità penale è personale, non si trasmette per conoscenza, amicizia o frequentazione. Se accettassimo questo principio, nessuno sarebbe più al riparo da una colpevolezza per associazione. Nel frattempo, però, le conseguenze sono già arrivate. La Rai sospende le repliche estive di Report, proprio l'unica trasmissione del servizio pubblico che, da anni, continua a indagare i rapporti tra politica, affari e poteri economici senza particolari riguardi per destra o sinistra. È difficile non vedere in questa vicenda un'occasione colta al volo da chi da tempo considera quella trasmissione troppo scomoda.
E qui emerge tutta l'ipocrisia del garantismo selettivo.
Lo stesso rigore non viene applicato quando si parla di esponenti della maggioranza. Augusta Montaruli, condannata in via definitiva per l'uso illecito di fondi pubblici, continua a sedere in Parlamento. Andrea Delmastro è stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d'ufficio e continua a ricoprire il suo incarico istituzionale. Daniela Santanchè, pur dimessasi da ministra, resta parlamentare.
In questi casi tornano improvvisamente i richiami alla presunzione d'innocenza, all'attesa dei successivi gradi di giudizio, alla prudenza. Principi sacrosanti, che però sembrano scomparire quando nel mirino finisce un giornalista sgradito al potere.
Il garantismo non può essere una bandiera da sventolare per gli amici e da riporre nell'armadio quando riguarda gli avversari. O vale sempre, oppure non è garantismo: è soltanto propaganda.
La Costituzione non distingue tra cittadini di destra, di sinistra o giornalisti d'inchiesta. Garantisce gli stessi diritti a tutti. Il giorno in cui inizieremo ad applicarla senza eccezioni, forse smetteremo anche di usare la parola "garantismo" come una clava politica
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