Aridateci "La Prima Repubblica"
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Mercoledì 15 Lug 2026 · 3 minuti

Se fossimo ancora nella Prima Repubblica, quando la politica era vissuta con un diverso senso della responsabilità istituzionale, il governo guidato da Giorgia Meloni avrebbe probabilmente affrontato una crisi politica almeno in quattro diverse occasioni. Prima la bocciatura dell'autonomia differenziata, poi quella sul Ponte sullo Stretto, quindi la sconfitta referendaria sulla riforma della giustizia e, da ultimo, la clamorosa non approvazione, da parte della stessa maggioranza, dell'emendamento che avrebbe dovuto reintrodurre le preferenze ma che si è trasformato nell'ennesimo incidente parlamentare.
Nella Prima Repubblica episodi di questo genere avrebbero quasi certamente aperto una verifica politica. Un governo si sarebbe dimesso, avrebbe ridefinito il proprio programma o la propria squadra e si sarebbe eventualmente ripresentato in Parlamento per verificare se esistesse ancora una maggioranza solida. Oggi, invece, sembra prevalere un'altra logica: resistere a ogni costo e rimanere in carica il più a lungo possibile. L'obiettivo sembra essere quello di conquistare il primato del governo più longevo della storia repubblicana. Ma la durata di un governo, da sola, non misura la qualità della sua azione. Alla fine della legislatura saranno i risultati concreti a parlare, e ormai dopo 4 anni di governo numerose promesse elettorali sono rimaste sulla carta.
Questa riflessione porta inevitabilmente anche al tema della legge elettorale.
L'unico sistema che abbia garantito una rappresentanza pienamente democraticoa è stato quello puramente proporzionale della Prima Repubblica, nel quale ogni forza politica otteneva una presenza parlamentare sostanzialmente corrispondente ai voti ricevuti. Dagli anni Novanta in poi si sono succedute diverse leggi elettorali costruite nel nome della cosiddetta "governabilità": premi di maggioranza, coalizioni spesso artificiali, liste bloccate e altri meccanismi pensati per favorire la stabilità degli esecutivi. Eppure la storia degli ultimi trent'anni dimostra che la governabilità non nasce automaticamente dalla legge elettorale. Nasce soprattutto dalla serietà della classe dirigente, dal rispetto degli impegni assunti con gli elettori e dalla capacità di anteporre l'interesse generale alle convenienze di partito. Nel frattempo il panorama politico si è frammentato sempre di più. Nascono continuamente nuovi partiti, movimenti e liste personali che troppo spesso sembrano avere come principale obiettivo quello di garantire qualche seggio o qualche incarico, piuttosto che rappresentare un autentico progetto politico.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un'affluenza alle urne ormai vicina al 50%, una crescente sfiducia nelle istituzioni e una classe politica che promette molto durante le campagne elettorali, ma che troppo spesso si scontra con l'impossibilità, o con la mancanza di volontà, di trasformare quelle promesse in risultati concreti. Forse, prima ancora di cambiare per l'ennesima volta la legge elettorale, sarebbe necessario ricostruire ciò che nessuna legge può sostituire: il senso delle istituzioni, la credibilità della politica e il rispetto dei cittadini.
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