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Più sei delinquente e più sei accolto fra le braccia della destra (altro che preferenze)

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Più sei delinquente e più sei accolto fra le braccia della destra (altro che preferenze)

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 17 Lug 2026 · Tempo di lettura 3 minuti

La vicenda di Mario Roggero racconta molto più di una sentenza. Racconta un'idea della politica e della giustizia.
Mentre ancora non sono state rese pubbliche le motivazioni della condanna definitiva a 16 anni, autorevoli esponenti della maggioranza hanno già chiesto al Presidente della Repubblica la grazia. E non solo: c'è persino chi ipotizza di candidare Roggero alle prossime elezioni.

Ma i fatti accertati dalla magistratura sono ben diversi dalla narrazione della "legittima difesa". I rapinatori erano ormai in fuga. Roggero prese una pistola detenuta illegalmente, uscì dal negozio, li rincorse in strada e sparò, colpendone due alle spalle. Per i giudici non si è trattato di difesa, ma di un'azione punitiva successiva all'aggressione.

Eppure si continua a ripetere lo slogan secondo cui "la difesa è sempre legittima". No. La legittima difesa è un principio previsto dalla legge fra l'altro scritta da Matteo Salvini, ma ha limiti precisi. Quando il pericolo è cessato e si insegue qualcuno per ucciderlo, la legge di Salvini ha stabilito che siamo fuori da quel perimetro.

C'è poi un particolare che rende ancora più difficile parlare di "cittadino modello": a Roggero il porto d'armi era stato revocato anni prima, dopo un grave episodio che lo vide protagonista: entrò armato nella casa dell'ex fidanzato della figlia minacciando l'intera famiglia. Nonostante ciò, conservava illegalmente un'arma che poi ha utilizzato in una strada pubblica, mettendo a rischio anche persone estranee ai fatti.

Concedere la grazia in una vicenda del genere significherebbe trasmettere un messaggio pericoloso: fatevi giustizia da soli, perché alla fine qualcuno vi proteggerà.

Ma la proposta di candidarlo alle elezioni apre una questione ancora più inquietante. Se davvero un condannato in via definitiva può diventare un simbolo politico, allora si comprende perché qualcuno preferisca liste bloccate senza preferenze. Quando i cittadini non possono scegliere i propri rappresentanti, sono i vertici dei partiti a decidere chi entra in Parlamento, anche se si tratta di figure profondamente divisive e soprattutto che si sono macchiate di gravi reati.
Una democrazia matura dovrebbe premiare il rispetto della legge, non trasformare una condanna definitiva in un titolo di merito politico. La giustizia si amministra nei tribunali, non nelle piazze, e il Parlamento dovrebbe essere il luogo dell'esempio, non della provocazione.



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