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Alla fine il nuovo fascismo l'ha avuta vinta: Ranucci cacciato da Report

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Alla fine il nuovo fascismo l'ha avuta vinta: Ranucci cacciato da Report

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Venerdì 28 Ago 2026 · Tempo di lettura 3 minuti

Non è soltanto la fine di una trasmissione. È un altro tassello di un progetto molto più grande: rendere la Rai sempre più docile, sempre meno critica, sempre più utile al potere. E' il disegno del nuovo fascismo di Giorgia Meloni.

Report è da sempre una trasmissione scomoda. Lo era ai tempi di Milena Gabanelli, lo è stata quando ha messo sotto esame i governi Conte e le scelte del ministro Speranza durante il Covid, e lo è stata soprattutto nei confronti del governo Meloni.

La differenza, oggi, è una sola: questo governo, nella migliore tradizione fascista, è sempre più intollerante con chi lo critica e con chi fa giornalismo d’inchiesta. E allora come si fa a liberarsi di una voce scomoda?
Non necessariamente con un atto brutale e plateale. Meglio una strategia più subdola: anni di attacchi, denunce, delegittimazione, insinuazioni. E poi una vicenda, quella che ha coinvolto Ranucci e l’ex faccendiere Valter Lavitola, trasformata in un gigantesco caso mediatico e politico, sulla quale saranno eventualmente le indagini e la magistratura a stabilire responsabilità e verità, ma la mano della destra di governo è abbastanza chiara.

Nel frattempo, però, la macchina del fango è partita a pieno regime.
Per mesi il dibattito pubblico è sembrato concentrarsi ossessivamente su Ranucci: mentre il Paese affrontava guerre, inflazione, carburanti, crescita, PNRR e problemi sociali, il bersaglio principale era diventato il giornalista di Report.

E oggi arriva il risultato: Ranucci fuori da Report.

È un altro passo verso una Rai sempre meno libera e sempre più subordinata al potere politico.

E quando un governo non sopporta le domande scomode, non tollera le inchieste e considera il giornalismo critico un nemico da neutralizzare, la parola autoritarismo non è più un’esagerazione. È un campanello d’allarme.
Il fascismo del 2026, se vogliamo chiamarlo così, non ha bisogno di manganelli e camicie nere. Può avere il volto rispettabile delle istituzioni, il linguaggio della comunicazione politica e la forma apparentemente innocua delle nomine e delle riorganizzazioni. Ma la sostanza si misura da una cosa molto semplice: quanto potere è disposto a tollerare la critica. E questa destra, oggi, sembra tollerarne sempre meno. Il problema è che, mentre il potere occupa progressivamente gli spazi dell'informazione, l'opposizione spesso appare incapace di reagire con la necessaria forza e determinazione.

Ed è così che, pezzo dopo pezzo, voce dopo voce, nomina dopo nomina, la democrazia non viene abolita: viene svuotata. E il pericolo più grande è proprio questo: che quando ce ne accorgeremo, sarà già troppo tardi.


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