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11 Settembre: quando il terrorismo veste i panni del potere

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11 Settembre: quando il terrorismo veste i panni del potere

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Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica internazionale · Venerdì 11 Set 2026 · Tempo di lettura 4 minuti

L'avvento di Donald Trump al suo secondo mandato ha reso ancora più evidente la natura della politica estera americana: una politica fondata sulla forza, sulla pressione economica e sull'intervento militare, spesso esercitati ben oltre i propri confini.

Dopo la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno costruito una rete planetaria di basi militari, consolidato la propria presenza in Europa e nel Sud-Est asiatico e assunto un ruolo dominante negli equilibri del Medio Oriente. L'obiettivo era chiaro: costruire un ordine occidentale sotto la leadership americana, contrapponendolo alle altre grandi potenze, prima l'Unione Sovietica e poi la Cina.

Durante la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno combattuto in Vietnam, subendo una pesante sconfitta, e sono intervenuti ripetutamente in America Latina attraverso operazioni della CIA e sostegno a colpi di Stato.

Poi è arrivato il crollo del Muro di Berlino. E l'Europa ha perso, forse, la sua più grande occasione storica: costruire una propria autonomia politica ed economica, diventando il quarto grande polo mondiale accanto a Stati Uniti, Russia e Cina. Anche il tentativo di Angela Merkel di mantenere e rafforzare i rapporti economici con Mosca si è scontrato con le tensioni geopolitiche e con l'assenza di una vera strategia comune europea.

Ed eccoci all'11 settembre 2001.
Gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono furono una tragedia immensa. Ma quella tragedia venne anche utilizzata per giustificare una nuova stagione di guerre. Afghanistan e Iraq furono invasi in nome della lotta al terrorismo, come se il terrorismo potesse essere sconfitto identificandolo con interi Stati. Dopo vent'anni di guerra, gli eserciti occidentali hanno lasciato l'Afghanistan senza aver raggiunto gli obiettivi proclamati. Un'enorme quantità di vite umane e di risorse è stata sacrificata senza costruire quella stabilità che era stata promessa.

Ed arriviamo alla guerra in Ucraina.
L'allargamento della NATO e il progressivo deterioramento dei rapporti con Mosca hanno contribuito a creare un confronto sempre più pericoloso. Putin ha scelto l'invasione dell'Ucraina, una responsabilità che resta sua, ma le conseguenze sono ricadute pesantemente sull'Europa. Le sanzioni contro Mosca e la sostituzione di parte dell'energia russa con forniture americane hanno prodotto costi enormi per l'economia europea.

E con Trump il processo si è ulteriormente accelerato.
Dazi contro l'Europa, pressione economica sugli alleati e una politica estera sempre più orientata allo scontro. Nel frattempo, il conflitto in Medio Oriente ha assunto dimensioni drammatiche, con gli Stati Uniti che continuano a sostenere Israele mentre a Gaza si consuma una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi.

E così arriviamo al paradosso del nostro tempo.
Nel giorno in cui ricordiamo l'attacco terroristico dell'11 settembre, dovremmo chiederci se il terrorismo sia soltanto quello di chi colpisce i civili con un attentato oppure se debba essere giudicato allo stesso modo quando la violenza viene esercitata dagli Stati, attraverso guerre, bombardamenti, sanzioni e ricatti economici.
Perché quando la forza diventa lo strumento con cui una potenza pretende di imporre la propria volontà al resto del mondo, il confine tra lotta al terrorismo e terrorismo di Stato rischia di diventare terribilmente sottile.
Ed è questa, oggi, la contraddizione più inquietante: gli Stati Uniti che per decenni hanno dichiarato di combattere il terrorismo rischiano, sotto Trump, di assumere essi stessi le sembianze di una potenza che terrorizza il mondo.
L'11 settembre non dovrebbe essere soltanto un giorno della memoria.
Dovrebbe essere un giorno per ricordare che nessuna potenza, nemmeno la più grande, può pretendere di avere il diritto di decidere unilateralmente il destino del pianeta..


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