Giorgia Meloni e la nuova versione delle leggi razziali
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Domenica 20 Set 2026 · 2 minuti

Giorgia Meloni sgomita a destra e annuncia, sotto una nuova veste, una versione delle leggi razziali del suo adorato Benito Mussolini adattata ai giorni nostri. La proposta è quella di portare in Consiglio dei ministri una norma per stabilire un numero massimo di studenti stranieri per classe. Nessuna percentuale è stata però indicata.
La premier sostiene che, quando gli alunni che non conoscono l'italiano diventano troppi, non c'è più integrazione ma «abbandono». E aggiunge che non è accettabile che i bambini italiani diventino minoranza nella loro stessa classe. Mussolini ghettizzava gli ebrei, Giorgia Meloni impedisce ai bambini stranieri di accedere ala istruzione.
La domanda infatti molto semplice è: se il tetto viene raggiunto, dove vanno gli altri bambini? L'Italia è il Paese europeo che da anni registra uno dei più drammatici cali delle nascite. Le classi si svuotano perché nascono sempre meno bambini. Allora quale sarebbe la logica di mettere un limite alla presenza dei bambini stranieri nelle classi, invece di investire per garantire a tutti — italiani e stranieri — un'istruzione adeguata, più insegnanti di italiano, classi meno numerose e maggiori risorse? Molto semplice una logica razzista e xenofoba che se la prende con la parte più fragile: l'infanzia.
Il problema non sono i bambini stranieri. Il problema è una scuola che deve essere messa nelle condizioni di integrare tutti. E c'è un paradosso ancora più evidente: lo stesso Governo programma l'ingresso in Italia di quasi 500 mila lavoratori stranieri nel triennio 2026-2028, mentre contemporaneamente annuncia nuove limitazioni alla presenza dei loro figli nelle classi. Gli adulti stranieri servono quando devono lavorare, ma i loro figli diventano un problema quando devono andare a scuola?
Se davvero vogliamo evitare le «classi-ghetto», non servono tetti ai bambini. Servono più scuola, più insegnanti, più italiano e più integrazione. Perché l'integrazione comincia proprio da lì: dalla possibilità di stare insieme, imparare insieme e crescere insieme.
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