Non esiste solo la violenza di chi scende in piazza, esiste anche quella di chi governa
Pubblicato da Edoardo Pisani in Politica interna · Domenica 18 Ott 2026 · 4 minuti

Le manifestazioni odierne hanno visto, come purtroppo accade spesso, i soliti episodi di violenza messi in atto da alcuni manipoli di giovani: cassonetti bruciati, lancio di pietre, vetrine infrante e scontri con le forze dell’ordine. Sono episodi da condannare senza alcuna remora. La protesta non può diventare una giustificazione. Episodi che finiscono puntualmente per offrire al governo l’occasione di spostare l’attenzione dai contenuti delle manifestazioni, dalle richieste dei partecipanti e dalle piattaforme rivendicative.
Ma se vogliamo condannare la violenza, facciamolo fino in fondo. Condanniamo tutte le violenze, non soltanto quelle che fanno notizia perché si vedono in televisione. Perché non esiste soltanto la violenza fisica: esistono anche forme di violenza sociale, economica e politica che colpiscono quotidianamente milioni di persone.
Esiste la violenza di chi decide di destinare il 5% del PIL alle spese militari, sottraendo risorse che potrebbero essere impiegate per rafforzare la sanità, la scuola, i servizi pubblici e, più in generale, lo Stato sociale.
Esiste la violenza di chi lascia che la sanità pubblica sprofondi in una crisi sempre più profonda, costringendo migliaia di cittadini a rinunciare alle cure perché non possono permettersi di rivolgersi alle strutture private, mentre le liste d’attesa del servizio pubblico diventano interminabili e inaccettabili. Quando una persona deve scegliere tra curarsi e pagare le bollette, non siamo di fronte a una semplice difficoltà amministrativa: siamo davanti a una ferita profonda alla dignità umana.
Esiste la violenza di chi continua a scaricare il peso delle difficoltà economiche sui lavoratori dipendenti e sui pensionati, mentre la pressione fiscale raggiunge livelli record e salari e pensioni faticano a tenere il passo con il costo della vita. È una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma svuota i portafogli, riduce il potere d'acquisto e compromette la possibilità di vivere dignitosamente.
Esiste la violenza di chi, in un contesto internazionale drammatico, segnato da guerre e distruzioni, non fa abbastanza per proteggere i cittadini dagli effetti economici e sociali dei conflitti. Una violenza resa ancora più intollerabile quando la politica, anziché lavorare per la pace e per una soluzione diplomatica, finisce per sostenere o giustificare le scelte di leader come Putin, Trump e Netanyahu, le cui responsabilità nelle rispettive crisi e nei conflitti devono essere giudicate senza doppi standard.
Esiste la violenza di chi utilizza i fondi europei destinati a realizzare alloggi per gli studenti e poi affida queste strutture a gestioni private che possono imporre canoni esorbitanti, trasformando un diritto allo studio in un privilegio riservato a chi può permetterselo. Perché costruire alloggi non basta, se poi chi ne ha bisogno non può pagare l'affitto.
E l'elenco potrebbe continuare a lungo.
C'è infine un'altra forma di violenza, forse meno appariscente ma altrettanto pericolosa: la violenza delle parole, della propaganda e della negazione della realtà. È quella di chi minimizza le difficoltà del Paese, dipinge una situazione economica rosea e trionfale e ignora, o cerca di screditare, gli indicatori che raccontano una realtà ben diversa. È quella di chi pretende di convincere i cittadini che tutto va bene, mentre tante famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, tanti giovani vedono restringersi le proprie prospettive per il futuro e tante persone non riescono ad accedere a servizi essenziali come la sanità.
Naturalmente, rispondere alla violenza con altra violenza non è mai una giustificazione per i disordini, le aggressioni o le devastazioni. Le responsabilità di chi commette questi atti restano individuali e devono essere accertate.
Ma non possiamo neppure fingere di non vedere ciò che accade ogni giorno sotto i nostri occhi. Non possiamo indignarci soltanto davanti a un cassonetto incendiato e restare indifferenti quando vengono compromessi il diritto alla salute, il diritto allo studio, la dignità del lavoro e la sicurezza economica di milioni di persone.
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